Emir & His Band - Live! cover album

Ascoltare Emir Trerè e la sua band è come fare una passeggiata lungo la Broadway di Nashville dove le melodie che riempiono i locali come Tootsies o il Legends Corner sono un richiamo irresistibile per chi ha voglia di ascoltare vera musica country, ed è questo che fa Emir con Luca Pasotti e Manuel Cucaro: della buona e sana country music, quella delle origini, priva di quei veli patinati moderni.
Lo stile sicuro, accattivante e coinvolgente della band mette in risalto l’agiatezza con cui i tre ragazzi si confrontano con i loro strumenti: un susseguirsi di motivi honky tonk, blues, swing arricchiti da una ventata di rock and roll.
Il loro modo di suonare è vivace e coraggioso come quello dei Red Clay Strays: ragazzi nati con la chitarra in mano, capaci di riportarci indietro di anni quando la musica la si ascoltava solo dal vivo, la si viveva nota dopo nota e si apprezzavano quei suoni un po’ ruvidi, graffianti, piacevolmente sinceri.
L’album Live! contiene 15 brani registrati durante il tour del 2024: troviamo alcuni originali composti tra Nashville e Memphis, luoghi dove Emir ha cercato ispirazione, assorbendo solo la parte migliore di un ambiente musicale che da molti anni ormai sembra aver gettato alle ortiche le tradizioni con le quali si è sviluppato.

È quindi un piacere ascoltare questa interessante produzione che ci offre un viaggio attraverso i generi musicali più esuberanti e intriganti, diventati quasi una rarità.
Si incomincia con Shuck’n’jive un brano dai contorni blues che ci trascina lungo il Delta con un ritmo che si fa sempre più intenso per fare spazio poi a Tennessee Saturday Night, un emozionante western swing che sembra uscito da un juke box anni Cinquanta.
Emir si addentra anche in brani che stuzzicano l’ascoltatore per la preziosità delle melodie come I Couldn’t Believe It Was True interpretata da Eddy Arnold, Doc Watson e Willie Nelson e I’ll Be Swingin’ Too dei The Buckaroos: qui si nota chiaramente come la chitarra sia un tutt’uno con Emir, gli è cucita addosso come il suo vestito più bello.
C’è posto anche per un country più moderno, sbarazzino come ad esempio in Little Ole Wine Drinker Me e qualcosa di spavaldo come in She Don’t Care Anymore dove il rockabilly non lascia spazio alla noia.

Un’altra cover interessante è Swingin’ Doors, un brano del 1965 di Merle Haggard, interpretato con profondità e grinta, decisamente più classico della versione proposta anni fa da Terry Clark.Ascoltare Honky Tonk Fever e restare fermi è praticamente impossibile, questa canzone è perfetta per una sala da ballo pronta a reggere un ritmo indiavolato.
Toni incoraggianti e decisi fanno capolino in No More Regrets, mentre con For A Fistful Of Dollars facciamo un tuffo nel mondo di Ennio Morricone dove l’intro echeggiante di batteria e chitarra ci aprono la strada verso sconfinati paesaggi selvaggi.
In Live! troviamo anche un’energica truck song di Dale Watson Truck Stop In LA Grange, un classico di Lefty Frizzell Cigarettes And Coffee Blues e, in chiusura, That’s What Daddy Wants di Wayne ‘The Train’ Hancock: qui Emir e la sua band percorrono lo stresso tragitto scatenato delle chitarre di Hancock e di Lloyd Maines mostrando abilità e confidenza con gli strumenti.
Questi ragazzi si muovono con disinvoltura tra country, rock and roll, rockabilly, hanno una naturale predisposizione musicale, hanno uno stile grintoso, fresco, una bella novità da scoprire in Italia senza dover attraversare l’oceano.

Autoprodotto (Traditional Country, Honky Tonk, 2026)

Gloria Tubino, fonte TLJ, 2026

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