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Tom Gruning è per noi un vecchio amico e le sue tracce discografiche ci riportano al lontano 1981, quando la misconosciuta (e tale è rimasta fino a quando è durata) indie Inner City pubblicò il suo esordio solista intitolato Midnight Lullabye.
Si trattava di un disco cantautorale, colto e profondamente intriso di blues e jazz, assimilabile alle sonorità del Tom Waits del primo periodo, quando la voce era roca come quella di un Louis Armstrong in forma particolare e gli strumenti andavano dal pianoforte alla chitarra acustica, ad un parco uso di fiati e a quell’atmosfera fumosa di night club di terz’ordine, popolato di tutte le creature della notte che hanno reso celebri le canzoni di questo filone: bevitori, prostitute, frustrati, giocatori e beautiful losers in generale.
Dopo quella bellissima meteora avevamo perso le tracce di Tom, ma ci siamo nuovamente incontrati fra le righe di una e-mail grazie ad un link su internet. Poche parole sono bastate a scacciare più di vent’anni ed è così che abbiamo saputo dell’esistenza di questo Old Friends, nuovo di zecca e secondo album di Tom.

Sicuramente parco di uscite discografiche soliste, Tom vive ora a New York, ma torna spesso nella natìa Austin, dove si è recato anche recentemente per discutere la sua tesi di laurea, ottenuta con il massimo dei voti ad un’età in cui i capelli bianchi si mescolano abbondantemente ai caparbi superstiti neri, il tutto condito da un maestoso paio di baffoni sale e pepe: davvero un personaggio.
Ho provato a mixare il disco del 1981 con questo CD ed il risultato è stato di una continuità incredibile: la voce è assolutamente immutata ed un bagaglio di oltre vent’anni ha solo migliorato la sua tecnica espressiva.
Tom suona la chitarra acustica, il basso elettrico, il dobro ed il mandolino slide e le sue proposte musicali sono ancora pervase da quel sottile sapore di jazz bluesato, di atmosfere affettuosamente retrò sottolineate da una cornetta qui (Sonam Willow), da un’armonica là (Marshall Smith), da una tromba complice (ancora Willow) o da un mandolino furbescamente gaglioffo (Dennis Monroe).
Lisa Bigwood appare alle armonie vocali e conferisce un piacevole e soffuso tocco femminile ad un disco fortemente maschio.

Studebaker Days è una delle tante ballate acustiche (Waltz, One Man’s Trash, Today Over Tea, Greg’s Song fra gli highlights dell’intero CD, insieme all’iniziale Studebaker Days) sulle quali si distende la voce di Tom, roca ed affascinante come poche, mentre Livin’ On A Budget profuma di old jazz, con il basso in bell’evidenza e ben contrappuntato dalla tromba di Sonam Willow.
La maggior parte dei brani sono originali, ma non mancano azzeccate covers di Please Don’t Talk About Me When I’m Gone, furbescamente jazzata (l’aveva riproposta anche Willie Nelson nel suo Moonlight Becomes You del 1993 – fra texani ci si intende…) e Nobody Knows You When You’re Down & Out, quasi un traditional come Beale Street Blues.
Siamo di fronte ad un disco prezioso, da centellinare come un whiskey a lungo invecchiato, da assaporare appieno e da ricordare nel tempo. Great job, Dr. Gruning!

Obscure

Dino Della Casa, fonte Country Store n. 70, 2003

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