Sono ben tredici i brani che compongono l’album in questione. Last Leaf, che Willie ha accresciuto di On The Tree rispetto al titolo originale, porta la firma di Tom Waits e Kathleen Brennan ed apre le danze di questo centocinquantatreesimo (153°) album accreditato a Willie Nelson e settantaseiesimo (76°) come solista, senza contare ovviamente le innumerevoli compilation.
Il brano era contenuto originariamente nel Bad As Me dello stesso Waits del 2011 ed identifica fin da subito il fil rouge che attraverserà tutto l’album: la consapevolezza dell’avvicinarsi dell’evento improcrastinabile (Willie ha già festeggiato le novanta primavere…): “…I’m the last leaf on the tree, the autumn took the rest, but they won’t take me: I’m the last leaf on the tree. When the autumn wind blows, they’re already gone. They flutter to the ground ‘cause they can’t hang on. There’s nothing in the world that I ain’t seen. I greet all the new ones that are coming in green: I’m the last leaf on the tree (“…Sono l’ultima foglia rimasta sull’albero, l’autunno si è preso tutte le altre, ma non si prenderanno anche me: io sono l’ultima foglia rimasta sull’albero. Quando soffia il venta d’autunno, se ne sono già andate. Scendono al suolo ondeggiando perché non ce la fanno più a restare appese. Non c’è niente al mondo che io non abbia visto. Accolgo tutti quanti arrivano per la prima volta: sono l’ultima foglia rimasta sull’albero…”).
Da un punto di vista interpretativo i due brani hanno vari aspetti in comune, dalla strumentazione acustica – Willie imbraccia la fedelissima ed oramai consunta gut-string guitar di nome ‘Trigger’ – alla drammaticità del tono della voce, con un timido pianoforte in apertura che ben si abbina all’autorevole fraseggio di basso ed all’etereo suono dell’armonica in bocca all’immarcescibile Mickey Raphael, gregario di lusso di Willie e membro fisso della family che lo accompagna dai tempi della militanza con l’RCA. If It Wasn’t Broken è una fedele rilettura dell’omonimo brano accreditato all’artista losangelena di estrazione blues-folk-punk Sunny War ed inclusa nel suo terzo album solista With The Sun datato 2018.
Il ripescaggio di un brano abbastanza lontano dall’usuale bacino di utenza di Willie dimostra l’influenza che il figlio Micah, produttore del disco ed affermato polistrumentista ‘in his own right’, ha avuto nella creazione dello stesso. La versione di Willie vede Trigger nuovamente protagonista insieme all’onnipresente basso acustico di Kevin Smith. La ritmica è sottolineata dalle percussioni e da una batteria atipica per le sonorità country alle quali ci aveva – quasi (e sottolineo QUASI) sempre – abituato Willie.
Decisamente gradevole nel suo insieme, il brano ci regala un cantante in grande spolvero vocale, che riesce ancora una volta a fare ‘suo’ un brano altrui, rendendocelo con quell’impronta inconfondibile che caratterizza la personalità del nostro vetusto texano.
Un altro ripescaggio per così dire ‘anomalo’ è rappresentato da Lost Cause, disco del 2002 realizzato da Beck ed intitolato Sea Change. Il brano è una delicata ballata acustica dove il focus è indubbiamente puntato sulla performance vocale del nostro, impreziosita da un arrangiamento che si avvale di una lontana armonica e di effetti sonori quasi psichedelici ed ancora una volta improbabili nell’economia del suono più propriamente ‘country’, tipico dell’icona texana.
Assolutamente sorprendente – per molti versi, in realtà – è poi la cover di un brano che risale al 1967 e che Nina Simone aveva incluso nel suo High Priestess Of Soul. Come Ye ha le credenziali di un blues jazzato, sottolineato dal fraseggio solista di Trigger, da un’armonica evanescente, dalle percussioni onnipresenti e da un ritmo spezzato che conferiscono all’esecuzione una personalità molto marcata e difficilmente avvicinabile a quanto comunemente ritenuto tipico del repertorio nelsoniano.
Keep Me In Your Heart è un’altra luminosa cover, stavolta a firma Warren Zevon, che chiudeva il di lui album The Wind, anno domini 2003. Willie ce la ripropone in una versione abbastanza vicina all’originale, eseguita secondo i canoni della ballata acustica addolcita dalla presenza di un violino languido che ci introduce ad un a-solo di Trigger.
Un’altra reinterpretazione di altissimo livello ci viene fornita quando Willie scomoda (si fa per dire) sua eccellenza il baronetto Keith Richards (non è necessario precisare la sua militanza nei Rolling Stones) per rileggere Robbed Blind, tratta dal suo Crosseyed Heart del 2015. Anche in questo caso l’originale si proponeva come una morbida ballata acustica arricchita dalla pedal steel di Larry Campbell (già prezioso session man con Bob Dylan) e questo sta a dimostrare l’imperituro interesse di Richards per certe sonorità vicine alla musica Americana – in genere – e country – in particolare – già esplicitate nell’imprescindibile Wild Horses, poi ripresa anche dai Flying Burrito Brothers nel periodo dell’assidua frequentazione di Gram Parsons alla corte degli Stones.
Willie la fa sua, stavolta con il suo tipico approccio cantautorale country-oriented, con la batteria ‘spazzolata’, l’armonica dolcissima e le soffici percussioni che fanno da tappeto al fraseggio inconfondibile di Trigger: grande performance e senza dubbio fra i punti di forza del disco.
House Where Nobody Lives porta ancora una volta la firma di Tom Waits e risale alla pubblicazione del suo Mule Variations datato 1999. Quella che era nata come ballata equamente divisa fra piano e chitarra elettrica, rinasce a nuova vita con un arrangiamento che vede ancora una volta Trigger e l’armonica di Raphael affiancate da un arrangiamento alieno alle orecchie dei vecchi country fan di Willie.
Are You Ready For The Country ci riporta verso territori più consoni ai nostalgici. Neil Young l’aveva scritta nel 1972 per il suo inarrivabile capolavoro Harvest e già Waylon Jennings l’aveva fatta sua nell’omonimo album del 1976. La versione che Willie ci propone in questa occasione suona un po’ (troppo) scanzonata ed a tratti forse addirittura irriverente, con un arrangiamento che ‘gigioneggia’ in modo eccessivo: spiace ammetterlo, ma è quasi una caduta di tono, rispetto alla media del disco.
Se pensavate di aver già avuto il massimo dai ripescaggi improbabili di questo disco, dovrete ricredervi con l’ascolto di questa Do You Realize, remake dell’omonimo brano dei Flaming Lips dal loro album del 2002 intitolato Yoshimi Battles The Pink Robots. Il suono vagamente – e pomposamente – jingle-jangle della versione originale, lascia il posto ad una ballata sussurrata da Willie con sottofondo equamente diviso fra Trigger e la chitarra elettrica solista di Micah. L’arrangiamento risulta leggermente eccessivo: ricordiamoci che a volte ‘less is more’…
Per quanto riguarda la successiva Wheels (niente a che fare con l’omonimo brano dei succitati Flying Burrito Brothers) a firma dello stesso Willie, direi che NON rappresenta certo uno dei momenti più alti dell’album. L’arrangiamento semi-psichedelico ben poco ha a che fare con ciò che il nostro ha rappresentato e che continua a rappresentare. L’unico aspetto degno di nota è il fatto che è cantata da Willie, ma andiamo oltre…
Ancora Neil Young firma Broken Arrow, che recupera le due strofe iniziali dall’indimenticata Mr. Soul come già facevano i Buffalo Springfield nei loro spettacoli live. Il brano fece la sua prima apparizione su LP nel secondo disco della band, quel Buffalo Springfield Again datato 1967 che già rappresentava una curiosità per quell’incedere discontinuo, quasi una suite di vari pezzi cuciti insieme, che si rincorrono con continue ‘riprese’. La rendition di Willie riprende fedelmente il suddetto medley iniziale e le voci del nostro e del figlio Micah – che ha una vocalità incredibilmente simile a quella del genitore – si alternano in un gradevole ed amichevole duello che precede un inserto inspiegabilmente psichedelico. L’andamento a due voci riprende le orme dell’originale, ma senza raggiungerne l’intensità.
Color Of Sound pone un simpatico interrogativo circa l’aspetto cromatico del suono: ‘…se il silenzio è d’oro, di che colore è il suono?…’. Una delicata ballata chitarristica a tempo di ¾ giocata sull’acustica ritmica sulla quale si innesta il ricamo solista di Trigger. Il restante arrangiamento poteva essere tranquillamente evitato.
The Ghost, ancora a firma di Willie, chiude il disco. Il brano parla di un vecchio amore che talvolta fa ancora capolino nella vita dell’interprete, ma è circondato da una crescente onda di oscurità e non è difficile percepire la similitudine con la situazione che aveva caratterizzato il brano iniziale: il cerchio è così chiuso.
Il disco probabilmente non susciterà un grande clamore, neppure fra gli estimatori di Willie Nelson. La voce è ancora molto gradevole, considerando l’età del nostro, gli arrangiamenti privilegiano ancora il ruolo insostituibile di Trigger, ma le nuove composizioni non ci riportano certo ai fasti della metà degli anni ’70…
Willie Nelson ci ha regalato un nuovo album, con molte – belle – cover e qualche inedito gradevole: Where there’s a will(ie), there’s a way (che in origine era Where there’s a will, there’s a way, che in italiano suona un po’ come “Dove c’è la volontà, esiste un modo (per fare le cose)”, oppure ancor meglio “Volere è potere”. E Willie vuole…
Lergacy (Traditional Country, Singer Songwriter, 2024)
Dino Della Casa, fonte TLJ, 2024