Bastano le prime note introduttive dell’omonimo album di debutto di Simone Galassi per essere trasportati nella scena rock blues degli anni ’70: l’essenza di quel periodo viene offerta con una vitalità contagiosa e la sua chitarra funambolica capace di evocare Stevie Ray Vaughan e Jimi Hendrix, come pure Rory Gallagher e Jimmy Page.
Le due tracce iniziali sembrano uscire dai solchi di album che hanno il sapore della storia: l’esplosivo These Chains permette di apprezzare sia i fraseggi ritmici che gli assoli di Simone, assai ben supportato dalla ritmica di Carlo Poddighe, che suona tanto basso che batteria, e pure le tastiere (oltre che essere produttore), mentre il successivo I Have to Tell You offre un altro riff orecchiabile e trascinante.
Gli echi dei Led Zeppelin emergono prepotenti in I’ll Never prima di passare ai passaggi funky di In Your Eyes e 95, dove ascoltiamo l’utilizzo del wah-wah e del Clavinet, in ulteriore tuffo nel passato che non ci dispiace affatto.
La notevole versatilità di Galassi e Poddiche si conferma nell’arrangiamento di Damnation, che ancora una volta richiama fortemente il chitarrismo di Stevie.
Non mancano i momenti più introspettivi, come l’ariosa Shooting Star, una ballad in cui gli strumenti acustici creano la giusta atmosfera, piuttosto che l’intimo slow Since You’re Gone, blues dagli echi che richiamano Robin Trower, in cui il nostro ben descrive il dolore di un addio, la conclusiva Hazy Nights procede sulla falsariga di quanto tracciato fin dalle prime note, con una chitarra fortemente distorta mentre la voce si dilata in frasi lunghe, ma incisive (con qualche richiamo agli Aerosmith).
Simone Galassi ama decisamente le sonorità più viscerali del rock blues, sconfinando talora nell’hard rock: le sue influenze emergono sempre molto chiaramente, così come la passione che trasuda in ogni passaggio ne fanno un nome che sicuramente merita di essere seguito.
Autoprodotto (Blues Rock, 2025)
Luca Zaninello, fonte TLJ, 2026






