B.B. King

Quasi sempre, abbiamo ricordato coloro che se sono andati usando le nostre parole. Non sempre però siamo sicuri di essere riusciti a trasmettervi, concretamente, ciò che desideravamo: ovvero la loro immagine più prossima possibile alla realtà.

In questo caso abbiamo capovolto però i ruoli. Le parole che illuminano quanto segue non sono le nostre ma quelle di B.B. King, raccolte oltre 20 anni fa da Walter Gatti e da noi oggi usate, in sua memoria, quale traccia narrante. (Marino Grandi)

La prima volta che mi capitò l’occasione e la fortuna di intervistare B. B. King fu nel 1987, durante il Pistoia Blues Festival, in un’edizione di buona qualità, con B.B., Koko Taylor, Albert Collins, Lonnie Brooks e la giovane Valerie Wellington. Fu un’intervista semplice, ottenuta senza fatica, novanta minuti di conversazione senza pesanti filtri. Ora, sette anni dopo, con in mezzo una fama nella pop music raggiunta (soprattutto) grazie agli U2, vista la partecipazione a When Love Come To Town, B. B. è una star. Un’intervista con lui è un’impresa, settimane trascorse ad inseguire i suoi agenti in giro per il mondo, tra l’Australia, la Polinesia ed il Giappone. Ed alla fine…”Hello, I’m B. B. King”. E come quasi inevitabile, nella conversazione la superstar rivela un’affabile simpatia contagiosa. Il sessantanovenne Blues Boy non è poi molto cambiato. Il successo non lo ha reso altezzoso. Chi gli imputa le ricchezze e la fama raggiunta manipolando in ogni modo possibile i blues ed il protagonismo in scena, potrebbe ricredersi. Comunque, quello che segue è il ritratto di uno dei personaggi che nel bene e nel male hanno segnato il blues negli ultimi cinquant’anni. Un ritratto fedele.

Mister B. B. King, come ci si trova nei panni della leggenda vivente?
Ci si sente molto fortunati. La gente mi ha veramente amato molto, e questo mi ha fatto accettare i periodi più difficili. Oggi sono un tranquillo bluesman che sa di dovere il suo successo a chi ha apprezzato la sua musica.

Come ricorda i suoi inizi, gli esordi nelle emittenti radiofoniche e nei locali di Memphis?
Ricordo tante speranze, tanto duro lavoro, il tempo di un grande inizio. Avevo 21 anni, mi ero trasferito a Memphis in cerca di fortuna e avevo trovato lavoro in una fabbrica di serbatoi metallici. Poi ho fatto il cantante di gospel ed il bluesman agli angoli delle strade. Era la vita di un ragazzo di colore nel dopoguerra, non certo uno scherzo. Il blues l’avevo già addosso e sapevo che prima o poi doveva portarmi da qualche parte.

Poi è arrivato il primo successo 3 O’Clock Blues
Tre anni dopo l’arrivo a Memphis, era un brano di Lowell Fulson, che nel giro di tre o quattro mesi guadagnò il numero uno delle classifiche di rhythm’n’blues. Con due serate di musica guadagnavo più che in una settimana di sudore sui campi. In quei giorni non avrei mai creduto che in un futuro non lontano il blues sarebbe stato amato anche dai bianchi.

Fu proprio in quei giorni che incontrò Elvis Presley?
Anche lui lavorava ed incideva a Memphis. Elvis era un ragazzo dal carisma magnetico e questo era il motivo della sua grandezza. Non mi sono stupito che si diventato una leggenda del rock’n’roll. In quegli anni conobbi anche Otis Redding, probabilmente il più grande cantante che abbia mai ascoltato e senza dubbio uno dei più influenti artisti neri di sempre, un capostipite.

Nessun altro al suo livello?
Jimi Hendrix. E’ stato il primo della black people ad avere vasto successo tra i bianchi mescolando tra loro rock e blues.

E Chuck Berry?
Beh, Chuck ha fatto per primo il salto nel mondo dei bianchi. Ne ha avuto fama, ma anche tanti e tanti guai.

Lei negli anni Sessanta ha lavorato con i Rolling Stones e vent’anni dopo con gli U2: esperienze molto differenti?
Differenti, ma simili perché hanno permesso di farmi conoscere a diverse generazioni di rock fans. Con i Rolling Stones fu una esperienza a sorpresa. Era il ’69 e questi ragazzi inglesi mi chiesero di suonare nella loro tournée americana: fu la prima volta che mi esibii per le grandi platee del rock’n’roll. Fu emozionante perché non ero abituato a suonare per decine di migliaia di persone. E mi sono trovato nella stessa situazione con gli U2, un’altra esperienza entusiasmante. Bono è veramente una persona molto aperta, attenta. Mi trattava come se fossi una rockstar. E’ grazie agli U2 se ha iniziato ad apprezzarmi ed ascoltarmi un pubblico giovane di tutte le razze. Per un vecchio bluesman è un bel risultato.

Un altro artista bianco molto legato a Lei è Eric Clapton…
Eric è il più grande bluesman bianco, insieme a Stevie Ray Vaughan. Ed è stato uno dei primissimi europei a scoprire la forza del nostro blues ed a farlo conoscere ai bianchi di tutto il mondo.

E’ stato tra gli ultimi a vedere vivo Stevie Ray Vaughan
Purtroppo sì, una morte incredibile, assurda. Era un ragazzo stupendo. Stevie avrebbe allargato ancora di più la cerchia di amanti del blues, anche perché lo interpretava con una forza istintiva e magnetica.

In questi ultimi anni sono scomparsi altri grandi compagni di viaggio: Albert King, Albert Collins
Purtroppo. Il giorno del giudizio si avvicina per molti di noi.

Lei si è esibito molte volte in Italia: ha un buon ricordo degli appassionati di blues italiani?
Ottimo. Ricordo magnifici concerti a Roma, Milano, al festival blues di Pistoia. Ogni volta che ho suonato in Italia ho incontrato gente aperta, ospitale, migliaia di fans. E ricordo grandi musicisti, ragazzi che suonavano blues con gran classe. Non ricordo i nomi, ma è gente che non sfigurerebbe anche negli USA.

I suoi concerti terminano spesso con When The Saints Go Marchin’ In: il suo cuore è diviso tra blues e spiritual?
Ho radici religiose molto profonde. E’ una tradizione personale che viene dai tempi in cui ero un ragazzino e che non ho mai abbandonato. Mia madre mi portava spesso in chiesa, e lì ci si trovava con le altre famiglie: campi, casa e chiesa, questa era la mia vita. Lì si leggeva la Bibbia, si ascoltava il sermone e si cantava gospel. Quando tornavo a casa, con la prima chitarra fatta in casa  suonavo i blues. Non ho perso nulla di tutto questo. Sono trascorsi gli anni, ma il mio cuore è ancora così.

Dopo mezzo secolo di attività, è possibile suonare ancora i blues senza routine?
Il blues è una malinconia, una passione, un sentimento e, non dimentichiamolo, anche un lavoro. Perché se uno non capisce che per tanta black people il blues è stato l’unico modo per sopravvivere, allora non capisce nulla. “I’ve the blues, I make it work”. Io vivo in compagnia del blues da quasi settant’anni, da quando andavo nei campi di Indianola: potrei mai tradirlo?

Il blues è un genere che ha vissuto molti alti e bassi: come giudica il suo stato di salute attuale?
Mi pare molto buono. In questi ultimi anni ci sono stati musicisti come Robert Cray o Stevie Ray Vaughan che hanno rilanciato il blues nel gusto dei più giovani, gente che ha riempito stadi e arene, che è diventata una superstar suonando blues e rock-blues.

Eppure il linguaggio contemporaneo dei giovani neroamericani sembra essere il rap
E’ vero che ascoltano più il rap che gli altri linguaggi musicali più recenti, ma il blues è veramente il padre di tutti i generi. Te ne convinci quando ascolti il country, che è il genere più bianco d’America, il più ascoltato e venduto: anche lì si trovano tracce di blues.

Per ‘Blues Summit’ ha raccolto tutti i più grandi bluesmen viventi
Ci siamo ritrovati a fare alcuni tra i blues che amavamo di più. E’ stata una grande esperienza familiare. Puoi dire che sia venuta meglio Stormy Monday, oppure I Pity The Fool, ma in complesso il risultato mi è parso molto buono. E tutti quelli che hanno partecipato ne sono rimasti soddisfatti. Poi io conservo un posto per ognuno di loro nel mio cuore.

E così si è superata l’antica lotta tra Memphis e Chicago?
Io continuo a credere che Memphis è la capitale, perché per me tutto è girato intorno a questa città. Ma Chicago è piena di amici del blues. E’ chiaro che gli amici di Chicago vedono le cose in modo esattamente opposto.

Cosa legge nel futuro del blues?
Lo vedo diventare parte del linguaggio musicale più vasto: è il mio sogno di sempre. Il blues che si stempera in mille fiumi, che dà corpo a tutti gli altri generi, che viene scoperto come sorgente di ogni musica…

E nel futuro di B. B. King?
Concerti, tranquillità, bei ricordi. E tanti amici del blues che mi tengono compagnia.

Walter Gatti, fonte Il Blues n. 131, 2015