Cowboy Junkies

Partiamo dalle battute finali, dai due strepitosi encore che i Cowboy Junkies hanno regalato agli oltre 500 spettatori presenti al concerto organizzato dall’A.D.M.R. Il primo è stato il loro brano più emozionante, quel Misguided Angel tratto da The Trinity Session, il disco che li ha proposti all’attenzione di pubblico e critica. Un brano ideale per Margo Timmins, autentico cuore ed anima della band canadese, che lo ha riempito di grazia e di bellezza con la sua voce calda e avvolgente. Sorprendente è stata invece la conclusione della serata: quando i Junkies hanno attaccato Thunder Road, un brusio tra lo stupito e l’entusiasta si è levato dalla platea. Una versione a modo loro, minimale e giocata sui chiariscuri, struggente al punto giusto, un doveroso omaggio al Boss, del quale i Cowboys avevano già offerto la cover di State Trooper in Whites Off Earth Now!!, il loro disco d’esordio del 1986.

Il concerto ci ha offerto una band guidata con grande autorevolezza da Margo Timmins che, oltre alla deliziosa voce, è dotata di carisma, personalità e grazia, paragonabile per l’eleganza a Teresa Salgueiro dei Madredeus. La regia è invece nelle mani del fratello Michael, abile con la chitarra a costruire il suono e capace di dettare il ritmo, passando da atmosfere oniriche e rarefatte a momenti – molto apprezzati – carichi di psichedelia pura. Mentre sono scivolate via senza troppo incidere alcune ballate che non sono parse particolarmente intriganti, se non per la voce e la presenza scenica di Margo Timmins.

La bella Good Friday ha aperto questa loro seconda data italiana (la prima è stata a Trento), che ha vissuto uno dei momenti più intensi in Hard To Explain, brano dall’andamento sinuoso e coinvolgente, introdotto splendidamente dall’organo di Linford Dertweiler (che assieme all’altro Over The Rhine, la cantante Karin Berquist, ha spesso affiancato sul palco i Cowboy Junkies). Ottima pure Hollow As A Bone, duetto Margo-Michael, così come Whitches, con i due fratelli perfettamente in sintonia. Strepitosa Blue Guitar, ultima canzone della serata prima dei due memorabili encore, che si è svolta quasi alla maniera dei Doors, una lunga suite liquida, quasi un blues cibernetico, nella quale la band si è come sciolta definitivamente da una sorta di rigore formale che ha contrassegnato la loro performance.
Unico limite per una band anomala, che attinge dall’infinito patrimonio della popular music americana e lo rielabora con discrezione, riuscendo a creare un suono decisamente personale, anche se a volte sottilmente snob.

Ricky Barone, fonte JAM n. 77, 2001