Paddy Moloney

“Durante le registrazioni di Long Black Veil, Sinéad O’Connor si è dimostrata un’artista formidabile: la sua versione di Foggy Dew è stata da brivido. Poi, l’ho nuovamente coinvolta nel progetto Tears Of Stone, l’album dedicato alle voci femminili. In 5 minuti ha imparato la pronuncia gaelica del testo e ha cantato in modo sublime. Ad un certo punto mi ha detto: ‘Paddy, perché non facciamo un disco insieme? Vorrei dare una rinfrescata alle vecchie ballate celtiche’. Successivamente, il suo management mi ha chiamato ma, purtroppo, io avevo altri impegni: adesso che mi dici che ha pubblicato il disco e che c’è lo zampino di Donal Lunny… beh, sono contento per lei. Anche se, immagino, sarà un po’ arrabbiata con me…”.

È sempre il solito Paddy Moloney: simpatico e disponibile. Sempre pronto a raccontarti storie buffe, aneddoti curiosi e a svelarti i suoi mille progetti. Quando gli dico di questa cover story, ad esempio, si ricorda della collaborazione con Mark Knopfler (“Chitarrista delizioso e musicista esemplare: un vero appassionato di culture e tradizioni musicali anglo-americane”) ma parte in tromba con i segreti dietro a questa seconda avventura ‘country’ dei suoi Cheftains.
“Dieci anni fa”, mi dice, “siamo andati a Nashville per rinnovare quel legame transatlantico fra la cultura irlandese e la musica nordamericana bianca. Oggi, siamo tornati in un momento di grande riscoperta per le ballate old timey e per il bluegrass. Che sono la diretta evoluzione di brani, melodie e arie appartenenti al patrimonio celtico. Abbiamo registrato il tutto in meno di 10 giorni. Spesso lavorando in diretta e a volte mettendo insieme anche 4 pezzi in una sola giornata. È stato davvero entusiasmante.”

Il progetto si chiama Down The Old Plank Road (come un vecchio brano degli anni ’20 portato al successo da Uncle Dave Macon). Sottotitolo: The Nashville Sessions. “Perché abbiamo davvero improvvisato”, continua Paddy. “Pensa che il disco si chiude con una live session di un vecchio fiddle-tune Give The Fiddler A Dream, proprio come avevamo fatto in Another Country con Uncle Joe. La mia idea originale era di far marciare tutti i musicisti coinvolti dal Tootsie’s Orchid Lounge (lo storico locale di Nashville che sta quasi a fianco al Ryman Auditorium, nda) e farli salire sul palco del vecchio Ryman. Sai una cosa? A fine mese, proprio al Ryman, presentiamo il disco dal vivo. Con vecchi e nuovi ospiti come Emmylou Harris, Patty Loveless, Alison Moorer, Glen Duncan e molti altri, con cui abbiamo già registrato un nuovo volume che verrà pubblicato la prossima primavera.”

Veniamo, dunque, agli ospiti: come nella migliore tradizione dei Chieftains, Down The Old Plank Road è pieno zeppo di special guest pescati dalla Nashville alternativa (ottimi Buddy e Julie Miller in una poetica interpretazione di Country Blues, spaventosi come sempre Jerry Douglas e Bela Fleck) e dal songwriting di qualità (John Hiatt canta nella title track, Lyle Lovett firma una formidabile versione di Don’t Let Your Deal Go Down, Patty Griffin pennella Whole Heap Of Little Horses) nonché, ovviamente, dal gotha del bluegrass storico (Earl Scruggs fa brillare il suo banjo in una scatenata Sally Goodin’, Del Mc.Coury ripesca un suo grande classico, Rain And Snow, Vince Gill canta benissimo Dark As A Dungeon, l’evergreen di Merle Travis, così come fa il fantastico Ricky Skaggs in Cindy).
Infine, due ‘stelle’ femminili legate al successo di O Brother. Alison Krauss (violinista superba e vocalist delicata) interpreta una ‘canzone ponte’ tra Irlanda e Usa, la classica Bawn, mentre la conturbante Gillian Welch dà vita ad una versione emozionante della dark ballad Katie Dear.
“Ma non dimenticarti dell’amico Jeff White”, mi dice Paddy, “che è stato il Chieftain adottivo di questo progetto.” E nemmeno, aggiungo, io, della splendida Martina McBride che canta da par suo I’ll Be All Smiles Tonight.

Riuscendo a bilanciare benissimo suoni, ritmi e stili delle due tradizioni (ascoltate i refrain strumentali di Country Blues, in cui l’irish folk dei Chieftains si integra splendidamente con lo stile appalachiano di Buddy e Julie Miller), Paddy centra ancora una volta il bersaglio. E la sua musica sale alta nel cielo proprio come ha fatto il suo tin whistle che, come ci tiene a dire, “alcuni astronauti della Nasa, appassionati dei Chieftains, hanno voluto portare sulla loro navicella spaziale. Così che, anche lassù, è rimasto un pezzo tangibile di tradizione celtica”. Tradizione che sembra essere più in voga che mai. “L’Irlanda”, continua Moloney, “è piena di giovani musicisti straordinari che continuano a perpetuare la magia del folk e della musica tradizionale. Ma le radici celtiche si trovano anche fuori dalla nostra isola: pensa a Carlos Nunez o ai musicisti canadesi di Cap Breton con cui ho inciso l’album Fire In The Kitchen. E pensa a band come Altan che sono di una generazione successiva a quella dei Chieftains e che hanno un impatto fenomenale e, come noi, un successo a livello internazionale. Questa musica non morirà mai.”

Ezio Guaitamacchi, fonte JAM n. 86, 2002