Country Night Gstaad

Grande festa quest’anno a Gstaad per i dieci anni di Country Night e tanti riconoscimenti per Marcel Bach dai colleghi, dai discografici e dalla Country Music Association. Il più inaspettato e prestigioso quello accompagnato da un messaggio personale del Governatore del Tennessee. Se dovessi elencare schematicamente le impressioni e le caratteristiche di Country Night di quest’anno metterei in ordine: la pioggia maledetta che malgrado l’anticipo di una settimana sull’originale calendario ha ancora imperversato, fortunatamente con poche conseguenze pratiche visto che il festival si svolge totalmente al coperto; la delusione per il concerto dei Mavericks; le ottime performances dei BR5-49, quelle ufficiali ma soprattutto quelle del dopofestival; il gradevole contorno di saloons, negozi e concerti di supporto.
Ma, come si suoi dire, andiamo per ordine, cominciando dal Venerdì, giorno in cui la consuetudine vuole che si celebri l’anticipo di Country Night per soddisfare le richieste del pubblico: lo spettacolo ‘ufficiale’ del Sabato è infatti soldout solitamente da Luglio. Quest’anno, il decimo anniversario della manifestazione, a differenza dei precedenti, ha offerto la piacevole sorpresa di un anticipo all’altezza del concerto del Sabato. Infatti, fino ad ora, il concerto del Venerdì si connotava quasi come una prova generale di quello successivo: le singole performances erano sensibilmente più brevi, i musicisti e le ugole dei cantanti sembravano ancora in rodaggio.

Inoltre, non sempre il programma del dopofestival era all’altezza forse anche perché non era previsto un act ufficiale degli artisti americani nel saloon: era infatti solitamente un artista svizzero a tenere banco mentre l’intervento degli ospiti americani era a discrezione degli stessi; in quei casi, la spontaneità dell’evento dava luogo a piacevolissime jams estemporanee.
Ricordiamo in particolare Sam Bush e Roy Huskey Jr. con Britta T nel 1993 o anche Jo El Sonnier e Rhonda Vincent sul palco del saloon con elementi del gruppo di Willie Nininger nel 1994. Ebbene, va detto ad onore degli organizzatori e degli artisti, che questa volta il primo show è stato assolutamente all’altezza del secondo, anzi le scalette erano addirittura alquanto diverse quasi a definire due concerti per due occasioni diverse e di uguale dignità.
A conferma di un lodevole aggiustamento dei dettagli, i BR5-49 salivano sul palco del main saloon un attimo dopo la chiusura del concerto dei Mavericks per una entusiasmante carrellata di classici rivisitati a loro modo.
L’allestimento di un hardfloor di fronte al palco per il pubblico danzante completava il quadro di un dopofestival all’altezza dell’evento principale.

La cronaca del festival si apre con il concerto di Brady Seals, tanto rinnovato nel look rispetto al periodo Little Texas, cioè non più capelli lunghi con boccoli ma taglio corto da bravo ragazzo, quanto poco nello stile che rimane leggero e orientato al rock ma assolutamente gradevole. L’apertura è affidata a tre brani dal nuovo CD, You Can’t Judge A Book (By Looking At The Cover), Still Standing Tall e Whole Lotta Hurt che chiariscono immediatamente la continuità con il recente passato. L’impatto è piacevole ed il ragazzo dimostra simpatia e grande professionalità nel rivolgersi ad un pubblico ancora poco acclimatato che tuttavia lo applaude convinto.
E lui sfodera il primo asso nella manica ripescando Amy’s Back In Austin con relativo dispiego di chitarre acustiche e harmonies a quattro voci. Da lì in poi, come si suol dire, è una strada in discesa. L’accento rimane sul repertorio nuovo (da segnalare Country As A Boy Can Be) rinforzato nei momenti giusti dalla scelta dei suoi classici God Blessed Texas e My Love. Emozioni e semplicità, il pubblico è con lui ed al termine richiede il bis. Che si rivela la scelta peggiore: Rock & Roll Junkie, uno di quei brani un po’ chiassosi, né carne né pesce che costituiscono in genere la nota stonata di un buon concerto, pensati forse per ‘scatenare’ definitivamente la platea e che invece ti lasciano lì a chiederti perché. Ma pazienza, vista la sostanza complessiva e la soddisfazione prevalente. L’impressione è che se alle innegabili qualità dell’artista si affiancasse un buon hit il giovane e bravo Brady potrebbe farcela.
Auguri dai fans italiani presenti.

Mrs. Lee Ann Womack riporta il pubblico a migliori sonorità tradizionali con il suo stile honky tonk senza contaminazioni ed una voce che ricorda la Dolly Parton meno querula. La provenienza texana è certificata, come consuetudine, dalle numerose citazioni autoctone in repertorio, Ray Price, Willie Nelson, George Strait, Asleep At The Wheel, l’ambientazione dalla line up più classica con steel guitar e fiddle in primo piano.
L’avvio del concerto è affidato a tre brani del primo CD, Man With 18 Wheels, Trouble’s Here, Never Again Again, e l’atmosfera è da subito di grande impatto emotivo.
Seguono a ruota la classica da dancehall My Shoes Keep Walking Back To You del grande Ray Price ed una suggestiva versione di San Antone Rose con doppio assolo di chitarra e steel.
E’ tutto molto piacevole malgrado la voce di Lee Ann risenta della sua condizione di futura mamma e riveli a tratti uno sforzo inconsueto. Non per niente, dalla scaletta del sabato viene esclusa Jolene per i picchi vocali che richiede. La difficoltà nel modulare non le impedisce tuttavia di offrire una buona esecuzione di Crazy cui segue una versione di Way To Survive con una steel da brividi che ritorna poco dopo a cesellare la sentimentale The Man Who Made My Mama Cry, titolo che non richiede descrizioni. Questa ed alcuni altri brani dal nuovo CD Some Things You Know portano al cuore del concerto che non esito a definire di alto tasso emotivo.
Un’ ulteriore citazione di classici con il popolare strumentale Stealin’ Corn e l’immancabile Miles And Miles Of Texas a rimpolpare la componente swing del repertorio sollevano le ovazioni e le richieste di bis. Il simil-gospel Get Up In Jesus Name chiude quella che per me è stata la performance più coinvolgente del festival.

L’intervallo di mezza sera porta con sé la sorpresa, un video di venti minuti con gli spezzoni più significativi dei dieci anni di Coun­try Night. Riusciamo a rivedere highlights di Buck Owens, Emmylou, Dwight Yoakam, Tractors, Travis Tritt e tanti altri e riusciamo ad invidiare in quel momento Marcel Bach e lo staff per essere riusciti a costruire un evento che molti di noi da sempre vorrebbero realizzare in Italia.

BR5-49 riaprono le danze alla grande. C’è una foltissima aspettativa tra i fans italiani presenti per questa band che ha raggiunto il successo prima ancora che per le vendite di dischi, per il suo live show travolgente in quel di Lower Broadway a Nashville. Tutti ansiosi di verificare quanto di buono è stato scritto e detto su di loro. C’è persino una componente di pubblico rockabilly a rappresentare l’altra faccia della medaglia honky tonk dei quattro scatenati. Eccoli infatti esplodere sul palco per uno show esaltante.
Ritmo, carica comunicativa, virtuosismo, capacità di svariare con la massima naturalezza su tutta la gamma di stili originali della musica americana fanno dei BR5-49 i veri eredi della Nitty Gritty Dirt Band dei vecchi tempi. Le voci di Chuck Mead e di Gary Bennett si scambiano le parti in un repertorio che comprende arrangiamenti di evergreens come Long Gone Lonesome Blue, I Ain’t Never, Rory Poly, Cherockee Boogie, Slewfoot, Knoxville Girl, Long Black Veil, covers d’autore come Georgia On A Fast Train, brani propri come Even If It’s Wrong, Little Ramona, One Long Saturday Night.
Don Herron, raffinato e geniale, si scatena alle loro spalle alternando flddle, mandolino ed una steel senza pedale da cui, saltabeccando di qua e di là, estrae suoni, licks, assoli e contrappunti che mandano il pubblico in visibilio, Smilin’ Jay McDowell cavalca e rotea il contrabbasso dando il suo apporto di dinamicità alla scena. Hawk Shaw Wilson stantuffo cassa e rullante seguendo senza apparente difficoltà le varianti di improvvisazione che i due là davanti gli impongono, e il cuore della loro musica è honky tonk, almeno metà dell’anima è rock & roll con una prevalenza nelle atmosfere flfties. Tutto il resto proviene dai tesori della grande tradizione americana. I titoli stessi sopra citati richiamano la varietà di stili riproposti in veste ed interpretazione totalmente personali: swing, bluegrass, boogje, folk, country classico.

Non si fermano neppure di fronte alla polka di sapore tex-mex con Herron alla fisarmonica, o di fronte a Gershwin con la classica Lady Be Good. Ma per non smentire le loro radici i nostri offrono il bis dedicandolo all’indimenticabile Carl Perkins: è sua la Gone, Gone, Gone che chiude il concerto tra gli applausi. Nel giro di un’oretta ne avrebbero ripreso le fila nel saloon dando fondo ad un repertorio senza tempo che qualsiasi appassionato di country spera ogni tanto di ascoltare. Con BR5-49 tornano infatti in vita tutti di eroi di Hillbilly Heaven: Hank Williams, Lefty Frizzell, Bob Wills, Buddy Holly, Bill Monroe. A quando un erede di Will The Circle Be Unbroken?

Con l’annuncio dei Mavericks ecco le prime perplessità: palco buio solcato dai flash segnaposto dei tecnici (avvisaglie da rock show?) e sottofondo musicale inquietante: Dean Martin con That’s Ammore. Ci si guarda e si dice che va tutto bene, è sempre buona musica americana, no? Poi si accendono le luci e partono di gran botto gli headliners della serata con tre brani da Trampoline. Tutto bene, ancora. Il Raoul ha una gran bella voce che ce ne vorrebbero anche solo due o tre così in Italia, il suono è solido, gli Havana Horns avvolgono l’insieme in un involucro da orchestra latina. Ma dov’è la country music?
E’ vero che negli anni passati ci siamo sorbiti le velleità orchestrali di Lyle Lovett ma senonaltro l’atmosfera era riconducibile ai suoni che amiamo e c’era quel tanto di stile personale sempre riscontrabile tra le righe. Così ci si predispone all’ascolto di ciò che viene dopo, ma ecco che a partire dal successivo (quarto) brano accade il fatto imprevedibile: il pubblico comincia a sfollare in silenzio. Prima un rivolo sottile poi il flusso aumenta progressivamente per diventare costante.
Tutto questo mentre i Mavericks snocciolano impeccabili Someone Should Tell Her e To Be With You, annunciato come prossimo singolo, sempre in gran spolvero latino.
Per stare nel tema del festival ecco un buon arrangiamento in chiave di scatenato boogie di Tonight The Bottle Let Me Down. Troppa grazia.
Raoul tiene la scena da protagonista e si vede che sa di essere bravo; d’altra parte i suoi lo assecondano perfettamente e lo fanno sentire importante. Ma quando è così che, oltre agli applausi, possono arrivare i guai.
Già la sera precedente, notando una certa insofferenza nel pubblico, il nostro si era improvvisamente fermato e si era rivolto alla platea con malcelato fastidio: “Siete così seri! Siete proprio svizzeri” e, visto il gelo, aveva subito rimediato con l’esperienza lanciando una suggestiva seppur leziosa versione di Blue Moon alla chitarra acustica con solo sottofondo di tastiera seguita da From Hell To Paradise, da Guantanamera e addirittura da The Lion Sleeps Tonight. Questa volta, dopo aver iniziato il set acustico con Fool N.1 e ln Dreams, Raoul nota il flusso di pubblico in uscita, cerca di dire qualche parola e, quasi a voler ironizzare, abbozza un Blue Eyes Cryin’ In The Rain imitando voce e picking di Willie Nelson come a dire: “Se è questo che volete….”.

Naturalmente il flusso in uscita non si ferma mentre lo show dovendo continuare si snoda, di nuovo elettrico su I Don’t Care If You Love Me Any More, What A Cryin’ Shame e si conclude con Save A Prayer. Richiamati in scena dallo scarso pubblico rimasto i Mavericks offrono allora forse il meglio del loro show nei due bis previsti: un bel rock boogie Things You Said To Me e finalmente un There Goes My Heart offerto con qualche sufficienza.
Il repertorio dei Texas Tornado è troppo un buon pretesto per fare musica ‘latina’ e per non prendere a prestito La Mucura. Tra le mille scelte forse neanche la migliore. Ma tant’è. Ed eccoci pronti sul secondo bis per la ciliegina sulla torta di uno show tanto scompaginato: Man Without Love che gli italiani non proprio teenagers si ricordano come Quando Mi Innamoro dalla dimenticata Anna Identici. A ricucire un minimo di rapporto con il pubblico una bella e lunghissima versione, sempre in chiave latina con gli Havana Horns scatenati, di All You Ever Do Is Bring Me Down. E finalmente un po’ di gente balla intorno al palco.
Che dire allora di tutto questo? Innanzitutto forse che la presunzione fa brutti scherzi; in secondo luogo che la musica attuale dei Mavericks volendo calcare autonomamente le piste del pop finisce in realtà col diventare né carne né pesce. L’idea di rivolgersi alla musica latina è probabilmente una soluzione temporanea, proveniente da tendenze modaiole che in buona misura paghiamo care anche da noi nel vecchio con­tinente. Il fatto è che di orchestre latine ce ne sono tante in giro, anche più autentiche e migliori.
Ed allora, pur salvando la qualità, cosa c’entravano i Mavericks con Country Night? Non farci più questi scherzi, Marcel.

Fabrizio Salmoni, fonte Country Store n. 44, 1998