Kentucky Colonels – On Stage cover album

E noi che credevamo di avere la discografia completa dei Kentucky Colonels abbiamo la graditissima sorpresa di trovarci smentiti dalla Rounder, che pubblica una buona selezione di pezzi registrati nel 1964-65. Le registrazioni ricalcano, per diversi motivi, quelle già note dei precedenti album di quegli anni (Living In The Past, Briar 0798; The K. C. 1965-1967, Rounder 0070; Clarence White & The K. C, Rounder 0098): tutte incisioni dal vivo (o quasi), di livello abbastanza scadente dal punto di vista della tecnica d’incisione, ma decisamente ispirate e calde nell’esecuzione.

Apparentemente, in effetti, non c’è amante dei Kentucky Colonels che non preferisca le loro registrazioni dal vivo a quelle, più pulite, misurate, ‘perfette’ ed in certa misura elaborate, dei dischi incisi in studio (Appalachian Swing, United Artists GXC 2013; The New Sound Of Bluegrass America, Briar 109; K.C. 1966 Collectors Edition, Shilo 4084).

Come sempre i punti di interesse dei diversi pezzi incisi sono in particolare la chitarra di Clarence White, la struttura dei cori, ed in generale la notevole irruenza con cui le esecuzioni vengono affrontate.

Questo On Stage, a differenza di altri album dei Colonels, non è troppo centrato sulla chitarra di Clarence, ma tenta piuttosto di offrire una selezione equilibrata dei diversi aspetti della musica della band. Nonostante tutto è la vecchia Martin D-28 di Clarence ad attirare costantemente la nostra attenzione, sia che ci tenga a fiato sospeso in breaks avventurosi quanto impeccabili, sia che ‘soltanto’ accompagni il canto di Roland White o Scotty Stoneman.

Come sempre troviamo tutto ciò che ha fatto grande Clarence White: timbro, precisione, grinta, giochi di tempo, pause, note lasciate intuire, atmosfere appena accennate e subito capovolte in un continuo succedersi di invenzioni, citazioni, felici ispirazioni del momento. Se in alcuni pezzi lo studio della novità può forse sembrare eccessivo, quasi dettato dalla necessità di rendere reale e collaudata un’idea sviluppata di recente (come ad esempio nei bassi continuamente anticipati di I Wonder How The Folks Are At Home), il notevole buon gusto di Clarence fa però sì che questa insistenza non sia mai troppo pesante. Il che, purtroppo non può essere detto dello stile mandolinistico del fratello Roland: qui l’esplorazione avventurosa sconfina spesso (o almeno troppo frequentemente per il mandolinista che oggi è Roland White) nel pasticcio franco, e in molti casi l’improvvisazione supera i limiti tecnici del musicista. Roland si rifà abbondantemente con la voce, e queste incisioni confermano la validità del suo tipico stile, ancora oggi inconfondibile.

Roger Bush e Billy Ray Latham completano la line-up classica dei Colonels, il primo come sempre fantastico al contrabbasso (peraltro ancora una volta quasi inudibile grazie all’uso di un solo microfono, caratteristico di quegli anni) così come alla voce, solida base dei cori sui registri più diversi; il secondo riconfermandosi, nella mia opinione, uno dei banjoisti più inutili della storia del bluegrass, grintoso sì ma senza misura, di gusto sfacciatamente plateale, e sempre disperatamente in bilico sul limite estremo della propria non eccelsa tecnica. La sua voce acuta è peraltro elemento fondamentale dei gospel alla Stanley (quartetto con high-baritone) che il gruppo esegue con convinzione e abilità. Inserimenti a mio parere un po’ superflui sono due pezzi cantati da Scotty Stoneman, che grande lead singer non è mai stato: tutto comunque contribuisce a meglio conoscere i Colonels nei loro diversi aspetti. Decisamente graditi sono invece due strumentali, Durham’s Bull e Reno Ride, dal repertorio di Don Reno, registrati probabilmente in casa di Clarence, con Sandy Rothman alla chitarra ritmica: tecnica rilassata, due chitarre che si complementano con gusto e vivacità.

In conclusione un album quasi fondamentale per chi desideri conoscere bene i Kentucky Colonels, al di là del puro e semplice “Ah sì, quelli con Clarence White…”; un album gradevole e ben calibrato, non da follie forse, ma notevolmente interessante.

Rounder 0199 (Bluegrass Tradizionale, 1984)

Silvio Ferretti, fonte Hi, Folks! n. 8, 1984