Louisiana Red picture

Introduzione
Nel corso del nostro cammino musicale ed umano iniziato proprio 35 anni fa, ci siamo dimenticati, o meglio avevamo accantonato (con l’eccezione rappresentata da Eddie Boyd nel n.41 grazie all’indimenticato Raffaele Bisson) l’idea di traguardare con la dovuta attenzione personaggi come Memphis Slim, Champion Jack Dupree e Louisiana Red, e cioè coloro che furono tra i primi ‘esuli’ dagli Stati Uniti che avevano eletto, nella seconda metà del secolo scorso, il vecchio continente come seconda patria. Intendiamo ora rimediare, almeno in parte, iniziando da Louisiana Red, cantante e chitarrista dalla vita non semplice e che, al contrario delle proprie vicissitudini condite da abbondanti doti di emarginazione più o meno strisciante, ha sempre cercato (forse proprio per quello) di essere disponibile a trasmettere a chiunque la ‘sua’ musica, a volte anche a discapito della propria figura di artista.
Ed in fondo è proprio per fornirvi una immagine più completa ed umana di Iverson Minter, che abbiamo pensato di completare questa biografia lasciando spazio alle testimonianze racchiuse in chi ha raccolto le sue parole nel 1980, e in chi nel 2011 ha vissuto con lui, sia pure brevemente, l’esperienza di musicista. Tre modi diversi di rivivere il personaggio Louisiana Red.

Montreux, luglio 1975
Quell’anno il festival, giunto alla sua nona edizione, venne articolato in tre grandi fasi dedicate rispettivamente al Folk-Country-Blues (4-5-6 luglio), Rock-City Blues-Gospel (11-12-13 luglio) e Jazz (dal 15 al 20 luglio). Il nostro interesse, strettamente legato alle disponibilità finanziarie e dagli, allora, inderogabili impegni di lavoro, si concentrò sul calendario che ci offriva la seconda fase. I concerti ebbero luogo nel nuovo Casinò di Montreux (soppiantato a sua volta nel 1993 dall’avveniristico, per quei tempi, Convention Centre), che aveva sostituito il vecchio andato completamente distrutto da un incendio nel 1971 durante un concerto di Frank Zappa.
11 luglio, ore 20:00. Il compito di aprire la serata fu affidato a Louisiana Red che, nonostante fosse armato unicamente della sua chitarra acustica a cui univa il canto da cui traspariva già quella ghiaiosità che il trascorrere del tempo renderà sempre più incisiva, fornì un set che catturò via via l’attenzione ed il rispetto del pubblico. Saranno stati anche i suoi passaggi slide a conferire alla sua prestazione quel tocco di magia necessario, ma rimase il fatto che se Bring It On Home To Me di Sam Cooke ne guadagnò in emozionalità, Going Train Blues divenne trascinante al punto da indurre l’uditorio a chiedere il bis.
Ma come tutte le storie anche quella di Louisiana Red ha un principio.

Gli inizi (con tutto quel che segue…)
Se il luogo di nascita è conteso, si fa per dire, tra Bessemer, Alabama, e Vicksburg, Mississippi, e la data di nascita è in bilico tra il 23 marzo 1932 ed il 23 marzo 1936, le varie fonti concordano almeno su una cosa: la disgrazia della morte della madre per polmonite che sette giorni dopo la sua venuta al mondo lo rende orfano. Per giunta persino la scomparsa del padre (minatore nel Kentucky), avvenuta quando Red aveva 5 anni e da sempre attribuita al Ku Klux Klan, venne smentita recentemente da Bob Eagle (1) che ne rintracciò il certificato di morte su cui viene riportato quanto segue «cadde, batté la testa contro una roccia in un fiume e vi annegò». Difficilmente, con questi antefatti alle spalle, Iverson Minter (vero nome di Louisiana Red) avrebbe potuto fare altro se non il bluesman. Mentre speriamo che ci perdonerete l’ironia tristissima con cui abbiamo chiuso la frase precedente, ci siamo permessi di usarla perché il prosieguo del discorso su Louisiana Red è irto di punti oscuri di difficile interpretazione su cui dovremo agire personalmente per cercare di far sì che il tutto abbia un suo senso. Dopo la morte del padre, Red, che era stato già precedentemente adottato dalla nonna, si trasferisce dapprima a Canonsburg, Pennsylvania, e successivamente a Pittsburg, dove trascorre la maggior parte della fanciullezza e l’adolescenza ricavandone le esperienze più diverse. Qui impara a suonare l’armonica a bocca, incontra Crit Walters che gli insegna i rudimenti della chitarra ed il cui risultato fu talmente importante per Red da indurlo ad accantonare l’armonica e nel contempo tentarlo di frequentare una scuola di musica per imparare il jazz, idea che però abbandonò ben presto per tornare al blues. Proseguendo nel suo percorso di autodidatta, visse anche l’esperienza del musicista di strada assieme a Orville White (washboard), Slim Johnson (washtube bass) e Frank Flowers (armonica), esperimento che secondo noi gli servì nei riguardi di come ‘vivere’ la musica, sebbene lui stesso anni dopo ne rinnegasse in parte il valore.

Nel 1946, a seguito delle scorrerie intraprese con una banda di coetanei messicani, venne arrestato dalla polizia ed internato nel riformatorio Salinas Detention Home. Dopo le dimissioni, trova lavoro come manovale e scaricatore, sino a che nei primi anni ’50 viene arruolato ed inviato in Corea dove la sua figura di musicista lo aiuta non poco. E qui sorgono altre inesattezze temporali che riguardano il suo debutto discografico. C’è chi ritiene che la registrazione dei suoi primi 8 brani, realizzata forse a Detroit il 13 marzo 1952 e quindi non a Chicago (2) e di cui solo 2 vennero pubblicate da Phil Chess sulla etichetta sussidiaria Checker dopo che le aveva acquistate da Joe Von Battle, sia avvenuta prima della sua chiamata alle armi, mentre altri la considerano il risultato di una session effettuate dopo la sua dismissione dall’esercito.

A parte quindi l’ennesima mescolanza di date e situazioni (qui citata più che altro per dovere), dobbiamo dire che le 8 tracce a nome Rocky Fuller (Red usò una quantità di pseudonimi, prassi notevole in quel periodo, tra cui Playboy Fuller, Cryin’ Red, Walkin’ Slim, Elmore James Jr.) ed interamente riproposte, sinora, unicamente in un LP della Green Line italiana nella seconda metà degli anni Ottanta, si rivelano una sorpresa. Infatti, se dobbiamo ammettere che i 2 brani pubblicati dalla Checker (Soon One Morning e Rock Me Baby (Come On Baby Now) risultano i migliori del lotto, soprattutto Soon One Morning si avvale di un canto chiaro unito ad una scansione chitarristica che richiama Lightnin’ Hopkins dimostrando nuovamente il fiuto di Phil. Ma anche le altre tracce denunciano come l’influenza di Hopkins (Raining And Snowing e The Moon Won’t Go Down in modo particolare) abbia lasciato il segno in Red. Il tutto al di là del fatto che se fu lo stesso Red a dire di aver appreso molto da Hopkins quando lo incontrò durante il suo soggiorno a Waco, Texas, sarà ancora lui in un’altra occasione ad indicare il primo incontro con il mito texano nei primi anni Sessanta a New York. Comunque sia, esistono anche altre 2 registrazioni, realizzate negli anni Cinquanta a Chicago con Little Walter, Rollin’ Blues e Funeral Hearse At My Door, di cui solo quest’ultima venne editata in occasione della pubblicazione del box Chess Blues (Chess 9340), che si dispiega come uno slow blues in cui l’armonica di Walter particolarmente ispirata segue ed arricchisce il lavoro di Red alla chitarra ed al canto.

Nel frattempo gli spostamenti di Red lo conducono a Detroit ed a esibirsi con Eddie Kirkland e John Lee Hooker, diventando partner di quest’ultimo nel condurre gli show che si tenevano al club Harlem Slim. E’ sempre attribuibile a quel periodo (1953) la pubblicazione di un 45 giri a nome di Playboy Fuller, in cui Red, accompagnato da Jesse Lee Williams all’armonica e Johnnie Walters al piano, mette in piedi almeno un Gonna Play My Guitar di notevole fattura. Continuando a seguirlo nei suoi pellegrinaggi, lo troviamo dapprima a Kenilworth, poi a Newark, sino a gravitare nell’area newyorchese dove, nel 1960 registra l’ennesimo 45 giri assecondato dal gruppo di James Wayne And The Nighthawks, band con cui si esibiva abitualmente nel circondario, questa volta per l’etichetta Atlas di Tommy Robinson. Si è parlato persino di incisioni per la Fury di Bobby Robinson, ma di queste registrazioni non si trovò mai traccia.

L’occasione della Grande Mela
L’occasione è targata ottobre 1962. Ed è legata a Henry Glover, patron dell’etichetta newyorchese Roulette, che, facendo accompagnare Red da Carl Lynch al basso e David ‘Panama’ Francis alla batteria (scelta azzeccata in pieno), registra 15 brani di cui 12 formeranno l’ossatura portante dell’ellepì Low Down Back Porch Blues (Roulette 25200). Spinto dal successo che il 45 giri ‘apripista’ formato da Red’s Dream e Ride On Red, Ride On riscosse, l’album rivelò ad un pubblico più esteso le qualità in via di formazione di Red, ovvero quella compositiva dello storyteller attualista e quella dell’interprete aderente alle nuove realtà sonore. Anche se il brano più ‘politicamente scorretto’, Red’s Dream, non è di sua composizione, negli altri la sua presenza in veste di coautore è costante o quasi. Ed è proprio al loro interno che si apprezzano gli slow Working Man Blues, I’m Roaming Stranger, I Wonder Who, in cui la fusione tra le matrici Deltaiche e l’anima della Windy City è completa. Un altro centro ha luogo con l’omaggio, implicito o meno non ci interessa, al Chicago Blues più classico con I’m Louisiana Red, anche se apprezziamo moltissimo l’affacciarsi, sia pure timidamente, del suo bottleneck style in Sad News. Glover, due anni dopo, volendo rinverdire il momento magico vissuto con l’ellepì di Red, pubblicò un 45 giri con altri due avanzi della seduta originale, ovvero I’m Poor To Die e Sugar Hips, ricavandoci ancora un buon gruzzolo. Peccato solo per Red, che anziché denaro ricevette, in cambio, delle royalties e una chitarra.

Ma ci fu un’altra persona che, avendo ovviamente recepito l’interesse che Red aveva innescato nel languente panorama blues di New York, si interessò a lui. Fu il caso di Herb Abramson della Atlantic Records, che nell’ottobre del 1965 lo convince ad entrare nell’A-1 Sound Studios per registrare una dozzina di tracce in cui gli vengono affiancati, tra l’altro, Tommy Tucker al piano e Bill Dicey all’armonica. Ma, visto che di pubblicare l’album non se ne parla, Red si trasferisce dapprima in Florida e successivamente a Lincolntown in Georgia, dove lavora anche nella raccolta delle arance. Ed è in questo periodo che, mentre cerca di barcamenarsi suonando localmente con la band The Bluesettes, muore la moglie Ealese. Tornato nel 1971 nel New Jersey, viene ripescato da Abramson e riportato in studio per effettuare altre incisioni, che saranno infine 8 (3), ma da cui solo Country Playboy verrà estratta per essere unita alle altre 11 precedentemente tenute nel cassetto dal 1965 e formare in tal modo l’ellepì Louisiana Red Sings The Blues (Atco 33-389). L’opera non è sicuramente mirabile, anzi è forse un passo indietro rispetto a Low Down Back Porch Blues. In effetti perlomeno due sono i suoi punti deboli. Se il primo lo possiamo attribuire al fatto che la metà dei brani presenti sono dei classici (e questo potrebbe anche starci), ciò che incrementa la poca consistenza del risultato è la presenza di numerosi partner che se può essere accettabile nel caso dei classici (Mean Old Frisco Blues, The Same Thing, etc.) si rivela sminuente quando i brani sono autografi (Some Day, Where Is My Friend, etc.) da cui sembra prosciugarne le origini. Se a ciò aggiungiamo l’ormai eterna truffa ai suoi danni perpetrata sul mancato pagamento che gli spettava per la realizzazione del disco, royalties incluse, non possiamo che terminare qui il discorso.

E’ ora di cambiare
A questo punto della sua vita riteniamo si sia reso conto che qualcosa andava fatto. Stanco di essere, musicalmente ed economicamente, al servizio di altri (ma per giunta sfruttato in maniera indegna), tentò di trovare una ‘sua’ strada, o perlomeno quella che intuiva potesse essere la più vicina a se stesso. Ecco che oltre ai ‘soliti’ nomi che appartenevano alla sua lista di artisti che l’avevano influenzato, tra cui in primis Muddy Waters, John Lee Hooker, Lightnin’ Hopkins, John Littlejohn, J.B.Lenoir, Elmore James, fanno capolino quelli di Tampa Red, Johnny Shines e Fred McDowell. La chitarra assume il ruolo di partner indispensabile ed unico al suo nuovo fare musica, e Red glielo fa assumere concentrandovi tutto il suo spirito nello stile bottleneck. I testi acquistano, o meglio si confermano chiavi essenziali della sua personalità attenta al mondo circostante, mentre la voce, diventando sempre più convincente ed espressiva, si caratterizza in un timbro rauco che non può lasciare indifferenti gli ascoltatori. Ed è curioso che, non tanto per noi che ne scriviamo quanto per voi che ne leggete, dopo il profluvio di album nati dagli avanzi della Atco, il primo lavoro della nuova era lo veda insieme ad un personaggio che abbiamo sempre stimato: Lefty Dizz. Stiamo parlando di Walked All Night Long (Blues Alliance 13011), opera incisa il 23 gennaio 1975 ma pubblicata nel 1997, e da noi recensita nel n. 62 con la definizione di «Emozionante come pochi altri». Potrà sembrare facile che durante la recensione predetta del marzo 1998 scrivessimo quanto il CD ci fosse piaciuto conoscendo già il percorso temporale di entrambi gli interpreti, ma oggi possiamo persino aggiungere che rimane ancora fulgido esempio di come Red & Dizz abbiano saputo rispettare i loro ruoli di ospiti l’uno dell’altro, senza mai prevaricarsi. Ci siamo permessi di puntualizzare il ‘rispetto dei ruoli’ necessario tra gli artisti, in quanto avendo assistito personalmente, in questi ultimi 30 anni, a diversi ‘incontri’ musicali in cui Red ospitava altri musicisti, abbiamo vissuto con dispiacere esempi vergognosi di prevaricazione perpetrati nei suoi riguardi. Ma questa è un’altra storia…

Mentre vi chiediamo scusa di questa parentesi, che in realtà avremmo voluto aprire già da tempo, la chiudiamo tornando indietro di 41 anni. Siamo sempre a New York, ed i rapporti tra Red e Kent Cooper, boss dell’etichetta Blue Labor che gli lascia la massima libertà esecutiva basata sul binomio voce-chitarra acustica, approdano a far registrare a Red materiale sufficiente per due ellepì nel giro di soli 2 mesi. Sotto la scritta che li accomuna The Blues Purity Of Louisiana Red e che farebbe pensare ad una serie, vedono la luce Sweet Blood Call (Blue Labor 104) e Dead Stray Dog (Blue Labor 107). E’ ovvio che, nonostante la potenza musicale assommata a testi mai banali che tracimano impetuosamente da brani come First Degree, Death Of Ealase, Going Home e Too Poor To Die(BL 104) o Dead Stray DogGoing Train Blues e Back To the Road Again (BL107), le opere corrano il rischio qua e là di una eccessiva uniformità e conseguente calo di tensione. Ma il 1975 è il suo anno. La sua presenza al festival di Montreux, con cui abbiamo aperto questo articolo, segna il suo riconoscimento internazionale. Peccato che la registrazione della sua apparizione, Live In Montreux (Labor 7023), vedrà la luce quasi un quarto di secolo dopo.

Il Vecchio Continente
Ha colpito ancora…Ma vi chiederete come ha fatto. Prosaicamente diciamo sfruttando il suo fascino. Più realisticamente la possibilità di suonare ed incidere con maggior frequenza e, di conseguenza, quella di una vita economicamente più tranquilla. I primi approcci concreti con l’Europa avvengono, secondo noi, quale riflesso indotto dalla sua partecipazione alla suddetta edizione del festival di Montreux, nella seconda metà degli anni Settanta, ed iniziano nel 1977 con la registrazione di un suo concerto dal vivo ad Hannover (Live+Well, Chrischaa 3306), per proseguire in Gran Bretagna l’anno dopo e sempre dal vivo al 100 Club di Londra, ma questa volta in compagnia di Sugar Blue, con Red Funk ‘N Blues (Black Panther 1001). Dobbiamo però ammettere che nessuno dei due album squarcia nuovi orizzonti musicali, anzi, se nel primo la presenza di una sezione ritmica ‘locale’ non riesce mai ad entrare in sintonia con lui, nel secondo mentre riacquista parte di sé nella solitudine che avvolge When My Mama Was Living, più complicato appare il dialogo-collaborativo con l’estroverso Sugar Blue, al punto che da ricordare ci rimane la sola The Women That I’ve Known. Ma i tempi non sono ancora maturi per il trasloco…Red ritorna a New York e cattura l’interesse di Horst Lippman, ovvero di colui che assieme a Fritz Rau aveva creato a partire dal 1962 il fenomeno musicale dell’American Blues Festival che, nonostante le critiche che si possano avanzare a volte gratuite, fece conoscere a gran parte dell’Europa (Italia esclusa, con l’eccezione del 1972) le diverse anime del mondo del Blues. I due, proprio nel 1979 diedero vita ad una nuova etichetta indipendente la L+R (4) che, sebbene non fosse esclusivamente dedicata al blues in quanto abbracciava anche il jazz, debuttò con la ristampa del mitico album di J. B. Lenoir intitolato Alabama Blues (42.001) e dedicò New York Blues (42.002) proprio a Louisiana Red.

Lungimirante fu Horst, che puntò su di lui e pubblicò l’ellepì di Red proprio traguardando alla sua presenza nel cast dell’American Folk Blues Festival 1980, manifestazione che riprendeva la cadenza annuale smarrita dopo la doppia presenza nel 1972. E dobbiamo ammettere che l’album segna il ritorno alle sonorità, anche se a volte addolcite, che avevano caratterizzato i debutti targati Blue Labor. Infatti se New York Blues e I’m In Trouble segnano il ritorno allo spirito originario carico di energia, il culmine viene raggiunto allorché il suo slide parlante ci indica la strada percorsa e da non dimenticare del Chain Gang Blues. Ma se Gasoline Blues ci rammenta il razionamento della benzina, è nuovamente lo slide rabbioso inserito in Where Is My Friend e ben coadiuvato dal controcanto di Elaine Monk e Vivian Minter a fornirci la giusta dose di emozioni.

Tralasciando le registrazioni dal vivo realizzate in Canada al Rising Sun Celebrity Jazz Club di Montreal, pubblicate in CD dall’etichetta Just A Memory con il titolo The Rising Sun Collection Vol.6 (006), dobbiamo dare atto, come se non ce ne fossimo già accorti, del fiuto commerciale che anima Lippman. Sempre in considerazione dell’ormai prossima edizione dell’AFBF, Horst lo richiama in studio a Chicago. E’ il 29 gennaio 1980, ed a Red affianca Sunnyland Slim, Hubert Sumlin, Robert Stroger, Odie Payne e Carey Bell, ovvero il team completo dei musicisti chicagoani che saranno anche la colonna portante della trasferta europea. Il disco, Reality Blues (L+R 42.011), si dimostrerà, oltre che passaporto riuscito della rassegna musicale, anche in grado di avvalorare la riuscita, quasi senza danni, del ritorno di Red al blues elettrico di Chicago. E se il risultato positivo si avvale di soli 7 brani, tutti autografi di Red, ci pensa il combo suddetto, formato da vecchie volpi del blues che sanno cosa fare e come farlo pur non conoscendo le tracce in anticipo (gustatevi il senso della misura di Odie Payne, cosa che spesso gli sfuggiva di mano, nell’assolo in Jumpin’ With Red, o l’arricchimento cromatico che Carey Bell immette in Reality Blues aggiornamento dovuto/voluto del Red’s Dream di 18 anni prima) a fornire il necessario. Se a questo aggiungiamo che il leader ringrazia la Windy City vocalmente e strumentalmente con una vivida Chicago, Glad To Be Back Home seguita da Jailhouse Blues, ci regala l’energia necessaria (anche qui con il sostegno della band) con tanto di slide in Without Of Love, per congedarci con un tagliomodernoper lui e per i tempi come quello impresso nel lento You Can’t Mistreat A Brother. Ma è l’Europa che lo attende. Puntuale Red & Co. inanellano concerti nel Vecchio Continente e, nel contempo, incidono brani che finiranno per essere assemblati nell’ellepì antologico American Folk Blues Festival ‘80 (L+R 42.013). Il doppio album non passò sicuramente alla storia, come quasi sempre accadde a prodotti simili, ma rappresentò comunque il passaporto tra la musica di Red e gli ascoltatori europei (in questo caso oltre alla sua presenza fisica convincente, valsero tracce come Lonesome Train e Thirty Dirty Women).

Casa dolce casa
Ritornato in Europa nel 1981, sempre al seguito dell’AFBF, Red incontra Champion Jack Dupree, che ormai vive in Germania da 37 anni, e grazie a lui riesce a coronare il suo sogno: trovare casa e di conseguenza potersi trasferire nel Vecchio Continente. «La ragione per lasciare gli Stati Uniti non è perché ci sia poco lavoro, ma perché ero stanco di fare sempre le stesse cose e per giunta sempre negli stessi posti» (5). Nello stesso anno ritrovò Muddy Waters, di cui aveva grande stima in ricordo dei tempi duri trascorsi insieme nei primi anni Cinquanta (6), incise a New York, sotto l’ala della Spivey Records ed in compagnia della promettente cantante Brenda Bell che scomparirà purtroppo nel 1988, un poco convenzionale LP dal titolo The Imagery Of Louisiana Red And Brenda Bell. Nonostante le sue radici comincino ad assorbire la linfa europea, Red registra, nel 1982 a Phoenix, sotto la guida di Bob Corritore, 11 nuovi brani che avrebbero dovuto essere pubblicati per la B.O.B.. L’album, a seguito del fallimento della B.O.B., verrà editato dalla Earwig unicamente nel 1995 con il titolo Sittin’ Here Wonderin’ (4932), e forse mai un avverbio come purtroppo ebbe qui senso. Infatti, se l’intervallo temporale Red lo riempirà di ellepì troppo simili gli uni agli altri (si deve pur mangiare…), che altro non faranno che far scadere la considerazione degli appassionati nei suoi riguardi, possiamo ancora affermare oggi come allora quanto ci sia piaciuta (con tanto di effetto sorpresa) la sua potenza espressiva basata sulla sola voce e chitarra elettrificata insita in E Street Bridge, Nothin’ But Trouble e lo slide strisciato a dovere in Pittsburg Blues e Prison Blies #1, per non parlare di I’m Lonesome, rilettura autografa di Catfish Blues.

Dal 1982 in poi Red è sotto contratto con un agente europeo, Rolf Schubert, e diviene l’ospite fisso di quasi tutte le manifestazioni musicali che si sviluppano e si moltiplicano nel vecchio continente (un cenno dovuto a Renzo Arbore per l’impegno profuso nel farlo conoscere tramite interventi televisivi). Analogamente, come vi abbiamo accennato precedentemente, diventa soggetto/oggetto di una infinità di registrazioni, sia nelle vesti di ospite che in quelle di titolare con accoppiamenti musicali a volte assurdi. Da una simile mole di presenzialismo, che si protrae sino quasi alla fine del secolo scorso, possiamo salvare Anti-Nuclear Blues (L+R 42.045) del 1983, quasi in completa solitudine e con un ritorno a tematiche sociali che il titolo stesso non nasconde, l’acustico richiamo contenuto in Back To The Roots (Schubert 101) del 1987, con omaggi inconsci ma vividi a Lightnin’ Hopkins (Down In The Basement), a Johnny Shines ed alla sua slide (Pearly May), nonché l’omaggio a Waters più sentito che dovuto, per finire con Brothers In Blues (CMA 10009) del 1993 dove, in duo con Carey Bell, sciorinano perlomeno due gioiellini come Sweet Geneva e Easy (When I Lost My Baby). Meno male che il secolo breve si conclude in maniera positivamente imprevista. Infatti le registrazioni realizzate nell’agosto del 2000 nel granaio di Levon Helm, e finite nel CD A Different Shade Of Red: The Woodstock Sessions (Severn 0016), riescono, alla faccia o per merito una volta tanto, dei numerosi e famosi musicisti presenti, ad essere uno sguardo più ampio e non gratuito del blues odierno. Piccole schegge luminose di espressività non riescono a nascondersi in Alabama Train con grande voce, mentre in Lightning Bug e Where Is My Friend è la slide a dettare legge.

Il nuovo millennio
Curiosamente con l’avanzare degli anni, la caotica frenesia, concertistica e discografica, entro cui Red si è mosso sinora sembra subire un rallentamento. Ma non è con questo che l’uomo si rinchiuda in se stesso. Anzi ci pare che porga maggior attenzione alle sue scelte, unendone il numero minore con uno sguardo più presente ai partner ed ai cambiamenti che il Blues Mississippiano sta introducendo in una musica che rischiava di riavvolgersi su se stessa. Se No Turn On Red (Hmg 1010) è sì un compilation di tracce comprese tra il 1982 ed il 2002, la cui scorrevolezza temporale potrebbe, grazie alla presenza di accompagnatori diversi, mettere in dubbio la coerenza esecutiva di Red, lo scollamento questa volta non si verifica anche per merito di Bob Corritore e perché no dello stesso Red, che riescono a conservare una compattezza che si sprigiona sia in I Done Woke Up con la band che in You Got To Move con l’armonica proprio di Bob. Passano alcuni anni e Red, questa volta con l’apporto di un musicista europeo di cui già parlammo in queste pagine, l’armonicista e chitarrista Little Victor, torna in studio e sforna Back To The Black Bayou (Ruf 1149). Il dischetto conferma come la presenza di ospiti non sia più, o quasi, una tara per Red. Sarà l’età che gli fa rallentare i tempi dei brani senza però renderli liquidi e quindi scialbi, ma la sua vocalità corrosiva continua a fornire il carburante indispensabile alle tracce antiche che rispondono ai titoli di Too Poor To Die, Ride On, Red, Ride On, a blues come Crime In Motion ed alla eterna Catfish Blues qui diventata The Black Bayou.

E’ nella seconda metà della prima decade del nuovo secolo che Red ed il pianista Davide Maxwell si incontrano nel Massachussets e, da buoni ed esperti frequentatori dei palcoscenici, decidono di tentare con You Got To Move (Bluemax 002) l’avventura del duo piano-chitarra. Niente di straordinario, ma un’opera sincera, quindi senza trucchi, da cui trapela lo sforzo della chitarra slide di Red per compensare l’inevitabile calo della sua voce, e nel contempo quello di Maxwell che, nella jam Stop Your Crying, consolida il risultato dell’esperimento. Ma ciò che più ci convincerà sarà quell’album che nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare come quello del congedo. Siamo nel 2011, l’etichetta sarà nuovamente l’europea Ruf, il numero di catalogo l’1171, il titolo Memphis Mojo, e la musica contenuta, per merito nuovamente di Little Victor, è quella dei ‘juke joints’. E’ un grande ricupero delle origini, realizzato però rileggendole con i sapori del Mississippi Hill Country Blues senza risultarne la copia carbone. Infatti Red si strappa dal cuore e dalle mani tutto quello che ancora possiede, e lo fa senza risparmio come dimostrano l’unica rilettura presente, See That My Grave Is Kept Clean, l’omaggio spontaneo a R.L.Burnside in I’m Gettin’ Tired, e la drammaticità che ancora ammanta Grandmother’s Death. Colpito da infarto, Iverson Minter in arte Louisiana Red, si spegne ad Hannover il 25 febbraio 2012.

Dopo la sua scomparsa, vennero pubblicati perlomeno altri 2 CD antologici. Il primo, When My Mama Was Living (Labor 7085), è una astuta ma ben riuscita compilation curata da Kent Cooper, che riporta alla luce tracce per la maggior parte inedite targate anni Settanta e provenienti dagli archivi Blue Labor. Infatti, ciò che ascoltiamo è una carrellata del periodo aureo, in cui la solitudine di Red disegna con la voce e la chitarra affreschi semplici ma difficilmente dimenticabili. Molto meno riuscita l’antologia della Wolf Records (120.9389) The Sky Is Crying, carrellata per la maggior parte europea, ed abbracciante gli anni Novanta e Duemila, infarcita di collaborazioni prive di una qualsivoglia idea.

Abbiamo voluto, e ci è piaciuto farlo, parlare di Louisiana Red perché è stato sì uno dei tanti artigiani del blues, ma forse anche uno dei più sinceri e coerenti. Con i suoi testi semplici ma diretti ha sempre cercato di portare alla luce, senza usare slogan malati di metafore criptiche, i problemi che la vita gli presentò giorno dopo giorno e nei quali ci possiamo rispecchiare quando ci ricordiamo che esistono anche gli altri. Per farsi capire meglio ha usato la sua voce che, se dapprima ci suggeriva le cose, ultimamente ce le conficcava nel cuore e nel cervello con la rabbia e la ruralità che avevamo dimenticato esistesse ancora. Con la chitarra non ci ha insegnato certo a suonarla, ma ci ha trafitto, ovunque fossimo e magari un briciolo attenti, con il suo bottleneck nel cui intimo scorrono le ‘acque fangose’ del Mississippi. Il tutto senza mai nascondere che la sua disponibilità a suonare e registrare con chiunque glielo chiedesse, al di là quindi di molti sofismi sul come ed il perché, era legata alla necessità indilazionabile di dover mantenere la propria famiglia.

Note
(1)Blues & Rhythm n.251 pag.18
(2)In realtà Red trascorse a Chicago un certo periodo di tempo, in cui conobbe Muddy Waters, Jimmy Rogers e Little Walter con cui suonò.
(3)Delle 21 tracce mai utilizzate dalla Atco, 2 finirono in un 45 giri della Laurie, 5 nel Blue Sting 034 dal titolo Sings The Blues…+, 13 nel Red Lightnin’ 0071 dal titolo Hot Sauce ed 1 nel P-Vine 2753 dal titolo Sings Deep Blues.
(4)Lippman e Rau avevano alle spalle (anni Sessanta) l’esperienza, purtroppo di breve durata, della Scout Records, etichetta anch’essa indipendente, che lavorò con grande passione alla diffusione delle tracce musicali degli artisti legati all’America Folk Blues Festival.
(5)Blues & Rhythm n.56
(6)Compose perlomeno quattro brani in onore di Waters; il primo proprio nel 1981 intitolato Dedicated To The Queen, Brenda & Pop Muddy, pubblicato nell’ellepì Spivey 1027 attribuito a The Imagery Of Louisiana Red And Brenda Bell; il secondo nel 1983 Step On, Muddy Waters, apparso nell’album Louisiana Red & Das Dritte (Blues Network 53913); il terzo è presente nel doppio LP American Folk Blues Festival 1983 (L+R 42.063) ed è intitolato Red’s Tribute To Muddy Waters, mentre il quarto The Day I Met Muddy Waters è ospitato nell’ellepì Back To The Roots (Schubert 101).

Discografia consigliata

LP
-The Lowdown Back Porch Blues (Roulette 25200) -USA-
-Sing The Blues (Atco 33-389) -USA-
-Hot Sauce (Red Lightnin’ 0071) -GB-
-Sweet Blood Call (Blue Labor 104) -USA-
-Dead Stray Dog (Blue Labor 107) -USA-
-New York Blues (L+R 42.002) -D-
-Reality Blues (L+R 42.011) -D-
-Anti-Nuclear Blues (l+R 42.045) -D-

CD
-Sittin’ Here Wonderin’ (Earwig 4932) -USA-
-Live In Montreux (Labor 7023) -USA-
-No Turn On Red (Hmg 1010) -USA-
-Back To The Bayou (Ruf 1149) -D-
-Memphis Mojo (Ruf 1171) -D-

Antologie & Collaborazioni
-Louisiana Red & Sugar Blue: Red Funk ‘N’ Blues (Black Panther 1001) -GB-LP-
-Louisiana Red & Lefty Dizz: Walked All Night Long ( Blues Alliance 13011) -USA-CD-
-Louisiana Red & Carey Bell: Brothers In Blues (CMA 10009) -D-CD-

Marino Grandi, fonte Il Blues n. 141, 2017