Lyle Lovett

Sono le 20 e 10 quando la grande band di Lyle Lovett sale sul palcoscenico del Florida Theatre di Jacksonville per festeggiare l’ultima data del tour estivo americano del cantautore texano.
Poche battute e lui entra in scena ancora zoppicante per i postumi di una brutta frattura (un toro lo incornò 16 mesi fa…) lanciandosi subito in You’re Not From Texas che inorgoglisce immediatamente il locale pubblico Dixie.
Lyle, per chi ancora non lo conosce nonostante il grande successo oltreoceano, è un tipo curioso e non bello ma che canta il blues con la voce da countryman, il gospel con quella da hillbilly e il country come se fosse rock’n’roll.
Racconta storie al limite del grottesco che dal vivo amplifica con paragoni e riferimenti al limite dell’assurdo come il satellite televisivo che segue il suo Greyhound durante le date di questa tournée.
Robert Altman, che lo ha voluto frequentemente nei suoi film, gli deve aver insegnato classe e grazie non comune e l’impressione che si ha è quella di trovarsi davanti a un gentleman sudista di una volta, a fronte di una sala popolata da buzzurri.
E questa sensazione rende ancora più bella una musica di per sé fresca, originale e spumeggiante che la sua caratteristica voce firma con decisione.
È un bel concerto quello di Lovett: lungo (150 minuti), mai noioso – i 12 musicisti entrano ed escono senza soluzione di continuità – e poi restituisce in pieno quel senso dell’esistenza che il cantante texano racconta nei suoi dischi: un sapore della vita agrodolce che però riempie e corrobora.

Questa sera è l’ultimo album My Baby Don’t Tolerate (nominato a 4 Grammy) a fare da padrone e le esecuzioni sono di prima qualità. Il momento migliore dello show è sicuramente quando Lyle per introdurre il brano che da il titolo all’ultimo album racconta: “Avevo una moglie che era un bell’esercizio di psicoterapia. Il dottore ci disse che dopo alcuni mesi di strizzacervelli eravamo pronti a tornare indietro. E lei una sera era lì che si aspettava da me le famose tre paroline rappacificatrici e io non la delusi. ‘Vattene da qui’, le dissi e lei mi accontentò!”.
E partono le prime note del brano. Viene giù la sala. Quanti potrebbero permettersi di dire questo a una come Julia Roberts, l’ex moglie a cui faceva riferimento Lyle? Ed è così che anche stasera per le ragazze in sala Lovett si trasforma in un mito e per gli uomini nell’interprete ideale di ciò che non avranno mai il coraggio di dire.
Perché a volte, davvero, può bastare anche una sola canzone. Ma che sia cantata da uno come Lovett, mi raccomando!

Ernesto De Pascale, fonte JAM n. 108, 2004