Bill Monroe

(A Bill Monroe) – Il mio cuore riposa a Rosine.
Tutto è iniziato quando ho comprato, la scorsa primavera, il CD A Foot In The Past, A Foot In The Future (PRC 1074), a nome Emerson & Newton. Su quel disco c’è una canzone, che si intitola Monrosine, e che descrive una visita di Mark Newton a Rosine, sulla tomba di Bill Monroe. Su melodia non originale, il testo, sul finale un po’ retorico, descrive con precisione la strada da percorrere, Highway 62, il paesino, l’incrocio con il suo country store (nessun gioco di parole), il cimitero.
Io, a suo tempo, ero stato molto colpito dalla morte di Bill Monroe, e la canzone mi prende più di quanto non dovrebbe. Mi metto a studiare l’area, e cerco se si tenga, lì vicino, qualche bel festival bluegrass. Alla fine di ottobre, a partire dal 23, si tiene a Louisville l’IBMA (International Buegrass Music Association) Fan Fest, che, per uno che va ad un solo festival in vita sua, mi sembra una bella scelta. Fra l’altro, arrivando un giorno prima, si può anche assistere all’Award Show della IBMA, che sarebbe la serata in cui l’IBMA consegna i premi ai migliori musicisti. Come scusa per andare a Rosine mi sembra sufficiente, e un bel giorno dico a mia moglie: io devo andare nel Kentucky, mi farebbe piacere se venissi anche tu, ma, se non puoi, vado da solo. Lei non ci crede. Fatto sta che, sistemati i figli, il 21 ottobre partiamo.

È forse opportuna una premessa. So bene che altri, prima di me, sono stati alla convention IBMA, anche come performer, e ne hanno riferito in modo egregio; ed altri, prima di me, hanno visitato il Kentucky e la Nord Carolina, dedicandoci ben altro tempo ed impegno, e traendone articoli e libri. Però potrebbe interessare anche il punto di vista di un semplice fan, che, semplicemente amando la musica del Kentucky, voleva capire, e qualcosa forse ha capito.
Quanto segue non è molto tecnico. Con qualche anno di abbonamento a Bluegrass Unlimited, parecchi di più a Banjo Newsletter, e qualche anno di radio (il che mi costringe a comprare molti dischi, e soprattutto, a leggerne le note di copertina), avrei forse potuto essere più tecnico.
Però ho cercato di assorbire quanto più possibile a livello emozionale, e, trascurando volutamente di prendere appunti, ho deciso di affidarmi alla memoria che, delle emozioni, rappresenta l’aspetto razionale.

Louisville
Louisville è una graziosissima città sulla riva sinistra del medio Ohio, molto più tranquilla di quanto farebbero supporre i suoi oltre 350.000 abitanti, le sue molteplici attività economiche ed industriali, ed il suo mercato del tabacco, il maggiore del mondo. Il cielo è azzurro, come l’Ohio, l’aria tiepida, tutto appare ordinato e ben organizzato. Forse perché arriviamo da un giorno ed una notte trascorsi a New York, la gente ci sembra straordinariamente gentile.
L’albergo, che si chiama Galt House, è stupefacente: pur essendo immenso (credo 3.000 camere), chi lo ha costruito è riuscito a mantenerlo umano: gli arredi sono in stile, c’è moltissimo legno (vero), e, in una camera sterminata, ci sono ben due sedie a dondolo che danno su una finestra a ovest, con vista sul fiume. La lobby è sovrastata da una grande balconata, in stile saloon.
Avevo letto alcuni resoconti, e pensavo di essere preparato: ma l’atmosfera alla Galt House è difficilmente descrivibile. Arrivando, bisogna farsi largo tra musicisti e jam session in pieno svolgimento; alla reception mi consegnano un foglietto con segnate le zone dell’albergo dove non si può suonare, quelle dove si può fino alle 2 (del mattino), e quelle dove invece si può ‘senza limitazioni di orario’ (fortunatamente abbiamo prenotato una ‘quiet room’).

Quando scendo per ritirare i biglietti, mi trovo in ascensore con Craig Smith. Nel passaggio tra la torre est e la ovest (l’ho detto, che l’albergo è grande) incrocio Ron e Rob McCoury. Tornando in camera supero i Gibson Brothers. Tutto questo in un quarto d’ora. Entro due ore incontro anche il nostro Beppe Gambetta.
Le prime ventiquattro ore sono tutte un segnare a dito, voltarsi, fotografare, cercare autografi: entro in ascensore quella sera, dopo l’Award Show, e con me ci entrano Sammy Shelor, con in mano il suo premio, Don Rigsby, e Tom Adams. È già sufficiente per un collasso, ma resisto: così che scopro, uscendo dall’ascensore, che Del McCoury è alloggiato al mio piano.
La mattina dopo, al breakfast, al tavolo in parte al nostro si siederanno Peter Wernick, Dr. Banjo in persona, e niente meno che Earl, con la moglie Louise (naturalmente, in questo frangente di vita privata, mi guardo bene dal disturbarli; e, anche se la tentazione è fortissima, annaspo, ma lascio la macchina fotografica sul tavolo). Comunque, incredibilmente, dopo due giorni scoprirò che ci si abitua anche ad incrociare Ricky Scaggs, Hazel Dickens, o la Lonesome River Band al completo, senza voltarsi.
Della comunità bluegrass americana avevo letto molto, ma si dimostra anche più cordiale del previsto: quando scoprono che sono straniero mi coccolano come un cucciolo, mi spiegano tutto quello che c’è da sapere, e anche di più, mi accompagnano ovunque (non in bagno…). Però, non so come, riescono a non essere invadenti. Semplicemente, quando abbiamo bisogno di aiuto, c’è lì qualcuno che ce lo offre. È sempre così, da queste parti.
“When you live in the country, everybody is a neighbour” (Arlie Duff, Ya’ll Come)

Siamo stanchissimi, afflitti dal cambio di fuso orario (6 ore) e, peggio, da una notte passata a New York City (i Newyorkers, che Dio li abbia in gloria, si staccano dal clacson alle 2 di notte, e ci si riattaccano alle 6), e, prima dell’Award Show, rinunciando ad un primo assaggio di jam (non da partecipante, ma da spettatore, visto che per ora le jam sembrano di livello professionale), ci riposiamo un po’.
Mentre la consorte fa un pisolino, io mi siedo su una delle due sedie a dondolo, guardando il sole che scivola dolcemente dietro le colline lontane.
“When the sun was slowly sinking on the hilltops far away, The land was in his beauty …” (A. P. Carter, The Dying Soldier)
Quando il cielo si fa scuro uno spicchio di luna si accende. La guardo, e, pensando che sto guardando la luna del Kentucky, il ciglio inferiore destro mi si inumidisce un po’.
“Blue Moon of Kentucky, keep on shining…”

L’Award Show
L’Award Show si tiene alla Whitney Hall, che è un teatro con una buona visuale ed una buona acustica, nonostante sia modernissimo, e che si trova all’interno del Kentucky Center for The Arts, a due passi dall’albergo. L’organizzazione è americana, e quindi impeccabile.
Però ci rimango un po’ male quando mi mandano in balconata, anche se in basso, perché pensavo di avere prenotato due posti in platea, vicino al palco: ma questi sono proprio gli ‘orchestra seat’ che ho preso io: quelli in platea si chiamano ‘floor seat’. E, comunque, per questa sera non erano in vendita.
Durante la prima parte dello spettacolo vengono commemorati Chubby Wise e Carlton Haney, che è stato quello che ha inventato i festival bluegrass; e altri due o tre personaggi che non conosco. Il tutto dura parecchio, quasi un’ora, e, francamente, è piuttosto noioso.
Finalmente viene annunciato che sta per iniziare il collegamento in diretta con la radio: vengono date istruzioni al pubblico (su quando, quanto e come applaudire), ed ai premiandi. Viene annunciato il primo numero musicale: il sipario si alza su una banda che comprende Ricky Scaggs, Rhonda Vincent e Ralph Stanley con i suoi Clinch Mountain Boys. È infinitamente più grande che su disco. Purtroppo, lascerà Louisville subito dopo questa serata, per cui non ci saranno altre occasioni di rivederlo.
La serata procede nel tipico stile Award Show (tipo notte degli oscar, tanto per intenderci). Vengono chiamati, a coppie, musicisti o personalità, che spesso non conosco (i DJ della WSM non è che li senti tutti i giorni …), che consegnano i vari premi. Uno di questi è Sonny Osborne, che, purtroppo, non si esibisce, e anche lui sparirà subito dopo.

Non sto a ripetere qui l’elenco dei premiati, noto da tempo ai lettori della BCMAI Newsletter. Ogni due o tre premi c’è un intermezzo musicale, a cura di calibri del tipo IIIrd Tyme Out, Del McCoury con Bobby Hicks & nipotino (il bimbo, che avrà forse cinque anni, sembra divertirsi un mondo nel maneggiare un piccolo violino, che non sembra un giocattolo), Lonesome River Band (che cantano Am I A Fool, dal loro ultimo disco), e Blue Highway. con un nuovo banjoista, un certo Tom Adams.
Conclude, prima di consegnare il premio all’Entertainer Of The Year (Del McCoury, chi altro?), Ricky Skaggs, con i suoi Kentucky Thunder, che esegue Get Up John (che altro?).
Skaggs, che insieme a Rhonda Vincent ha presentato la serata, conclude annunciando un gruppone di ragazzi e ragazze, una jam session che si chiama ‘Generation Next’, e che comprende la East Tennessee State University Bluegrass Band, la South Plains College Bluegrass Band, le bluegrass band di un altro paio di università (no, la Statale di Milano non è rappresentata, e nemmeno La Sapienza di Roma), ed un gruppetto di ragazzi in visita dall’Europa dell’est (Rhonda Vincent non precisa meglio).
Allo Show segue un ricevimento, che si tiene nella Grand Ballroom della Galt House, cui partecipano tutti i premiati (e parecchi altri artisti), ed a cui sì accede su invito. Non è un problema, l’invito lo avevo già prenotato dall’Italia: pagando, si intende. Ma ne vale assolutamente la pena.
Questo è il posto ed il momento in cui si incontrano tutti, e tutti insieme: e quando dico tutti, intendo TUTTI (con la sola eccezione di Ralph Stanley). Vedo Ronnie Bowman, che ha tagliato i capelli, e che, oltre ad essere un eccellente cantante ed autore, è anche molto simpatico, oltre che un bel ragazzo (dice la mia accompagnatrice). Gli chiedo, oltre al solito autografo ed ai saluti agli ascoltatori di Bluegrass Time (l’unica trasmissione in Italia interamente dedicata alla musica bluegrass), se può completarmi il testo di You Gotta Do What You Gotta Do, da lui incisa nello storico album Carrying The Tradition, e che mi sono portato da casa proprio per questo.

Non riesce a ricordare l’ultima parola di una strofa, e si mette a cantarla. Al ritorno scoprirò la consorte che consulta il Talent Directory di Bluegrass Unlimited, per sapere come si può scrivere a Ronnie: dico, non è mica Jovanotti (per fortuna).
Vedo Louise Cirtain Scruggs (quella della coppia Cirtain & Stacey). Dove c’è lei, c’è anche lui: e, infatti, compare Earl, The Man.
È la prima volta che lo vedo (nelle successive 36 ore lo vedrò ancora), e sono un po’ emozionato. Osservo che gli tremano molto le mani, e mi chiedo come abbia potuto tenere un concerto la scorsa estate. Gli piazzo sotto il naso il mio registratore, per ottenere i soliti saluti per Bluegrass Time. E lui mi registra: “Mah … non so cosa dire…”.
E poi ci sono Jimmy Martin, e Steve Dilling, e Russel Moore, e Bobby Hicks, e tutti i McCoury, e poi Tim O’Brien, e Flux, e le Shankman Twins che gradiscono molto di essere state riconosciute, specialmente da un forestiero, che oltre tutto è padre di due gemelli (ricordano perfettamente l’articolo su Country Store a loro dedicato). E poi tanti altri che sarebbe troppo lungo elencare, e chissà quanti che conosco magari di fama, ma che non ho saputo riconoscere vedendoli.
Tutti lì, a mia disposizione: dopo tutto, potrei dire, ho pagato per questo. Nei giorni successivi scoprirò che gli artisti bluegrass sono ‘comunque’ a mia disposizione: a parte una sola, notevole, eccezione (forse dovuta ad una troppa lunga consuetudine, circa dodici anni, con lo star-system di Nashvllle), qui nessuno fa la star.

Il Festival
Dei festival bluegrass ho letto molto. Questo qui, di festival è un po’ atipico, perché si tiene al coperto; e anche perché quelli che qui sono gli ‘act’ minori, in altri festival costituirebbero l’attrazione principale. I veri ‘act’ minori si sono già esibiti durante la settimana, nei famosi showcase, che sono concerti per gli addetti ai lavori.
Comunque, in un festival bluegrass, i concerti sono solo una parte del tutto: ci sono i workshop, i concorsi e le lotterie, spesso una fiera, che qui è una cosa ufficiale e si chiama ‘Trade Show’. Qui c’è financo un bluegrass karaoke. E, naturalmente, le jam session.

I concerti
Già al primo esame del programma mi rendo conto che è impossibile seguire tutto: a parte il fatto che i palcoscenici sono tre ed io non sono ubiquo (tanto meno trino), è chiaro che non posso seguire anche solo il main stage: che programma musica quasi ininterrottamente dalle 11 alle 24, e oltre. Quattordici ore sono troppe anche per me. È anche chiaro che la simultaneità di certi eventi obbliga a scelte a volte strazianti.
Mi ha piacevolmente stupito James King: lo conoscevo già, sia come bandleader che con Longview: ma, dal vivo, è tutta un’altra cosa. A parte il sorriso grande come una luna piena, mi sembra molto convinto di quello che canta: ed è chiaro che è più facile comunicare qualcosa ad un pubblico fisicamente presente. È notevole il colore che assume istantaneamente la sua faccia quando inizia a cantare, per tornare normale nell’istante preciso in cui chiude la bocca.
Ero curioso di sentire Tom T. Hall, visto che il suo ultimo disco, quello con Bill Monroe For Break­fast, ha fatto sfracelli in classifica. Dopo averlo sentito, molto francamente, non mi dispiace che il disco, quando l’avevo ordinato, fosse esaurito.
Mi ha molto impressionato la voce di Hazel Dickens: ormai (il tempo passa per tutti) sembra, vedendola in giro per i corridoi, una simpatica, piccola signora, con qualche nipotino da qualche parte, e magari un canarino giallo. Non dà certo l’impressione di essere quel monumento vivente che è. E nemmeno da l’impressione di rendersene conto. Ma, quando sale sul palco, tira fuori una grinta che deve risalire ai suoi migliori anni di militanza.

Fra l’altro, l’età ha molto addolcito quei toni aspri, caratteristici delle sue esecuzioni vocali, che l’hanno magari resa un po’ ostica al pubblico non Appalachiano.
Non è potuto venire Charlie Waller con i suoi Country Gentlemen: al suo posto c’è Lynn Morris, che ha sostituito Tom Adams con Ron Stewart. La rivedo, e risento, volentieri. Ancora, dopo tre volte in Italia? Sì, ancora. Così come mi rivedo ancora Tim O’Brien (con Mark Schatz & friends).
Per vedere John Hartford mi perdo un Earl Scruggs Tribute, con Pete Wernick, Murphy Henry, Jim Mills, Larry Perkins, Rob e Ron McCoury, Mike Bub, Tim Graves (ho già scritto che le scelte, qui, sono atroci). Però non mi pento: John Hartford, qui con la band, che comprende il figlio e Mark Schatz (indaffarato, il ragazzo), è un personaggio che sa regalare vere emozioni. È bella la versione che presenta di Gentle On My Mind, il pezzo che lo ha reso celebre anche negli ambienti pop. E sa commuovere quando, con Crosseyed Child, racconta l’infanzia infelice e solitaria del bimbo Bill Monroe, strabico, e quindi deriso dagli amici e dai fratelli.
La voce di Larry Stephenson, è, diciamo, un po’ squilibrata verso i toni alti (fuori dai denti: sentire un tenor come il suo che prende tutti i lead da fastidio come un gesso sulla lavagna), ed il suo spettacolo non mi sembra emergere dalla media. Ma siamo in molti a sentirlo, perché precede quello che probabilmente è il momento culminante di tutto il festival. Sono programmati, uno dietro l’altro: Alison Krauss & Union Station, Del McCoury & Band, Lonesome River Band, Ricky Scaggs & Kentucky Thunder. Gasp.
Noi, previdenti, siamo in quinta fila da un po’, e proprio in mezzo. Anche senza voltarmi, sento dietro di me il brusio della gente che sta diventando folla: la sala, enorme, è zeppa, e mi accorgo che moltissimi sono qui per lei. Alison sembra amatissima: le mettono i fiori sul palco, fischiano, acclamano come ho sentito fare una volta per una ballerina della Scala.

L’età media del pubblico, che di solito va dai quaranta in su, sarà per Alison Krauss, sarà per Lonesome River Band, ma insomma questa sera si è abbassata di molto. ‘AKUS’ ha perso Adam Steffey, ma ha guadagnato Jerry Douglas.
Attacca proprio Flux con I Don’t Believe You’ve Met My Baby, nella esatta versione del suo album Slide Rule. Devono rifare, perché qualcuno ha sbagliato a mettere un capotasto. Poi Jerry Douglas deve ripetere ad anello, per ben tre volte, l’attacco, perché lei non riesce a prendere il tempo con la voce. Sono sbalordito. Però è bello vedere che anche loro sbagliano, a volte.
A parte questo incidente, che rende umani anche questi mostri, il resto è impeccabile. Così impeccabile da risultare, a momenti, anche un po’ freddino. Dan Timinsky si alterna a chitarra e mandolino, che prende nei pezzi più lenti, quando Ron Block molla il banjo per la chitarra. La mancanza di un mandolino non si nota molto. Un Jerry Douglas può questo ed altro.
Del McCoury & Band (‘entertainer’ dell’anno) sono chiaramente popolarissimi, e lo sono evidentemente di più tra il pubblico più anziano. I cori di Del e Ron (mandolinista dell’anno) sono notevoli: a parte il fatto che padre e figlio hanno praticamente la stessa voce, sembrano uno l’immagine riflessa dell’altro: stesso profilo, stessa posa, stessa espressione. Cambia solo il colore dei capelli.
Sul finire irrompe il nipotino Jacob, già visto all’Award Show, con lo stesso miniviolino. Le signore presenti, tra cui numerose devono essere le nonne, si sciolgono.
Lonesome River Band è, secondo me, il gruppo più caldo in assoluto. Anche loro, dal vivo, rendono ben più del doppio. Il bello di LRB (arricchita qui da Ron Stewart al fiddle, imprestato, per l’occasione, da Lynn Morris), è che i suoi musicisti, trascurando i sorrisi di scena, sono felici, e lo fanno capire. Ne hanno tutte le ragioni: sono giovani, sono pagati per fare quello che altri pagano per fare, ad hanno in tasca cinque award in quattro (salvo errori).

Eseguono pezzi che riconosco provenire dai loro ultimi album (ne hanno uno come gruppo, ed uno ciascuno come solisti). Ricordo Am I A Fool, Sweet Sally Brown, Three Rusty Nails, Ernest T. Grass (terrific). Sono gli unici, tra quelli che ho visto, ad usare il basso elettrico. “Belìn, come sono bravi” lo ha già scritto qualcun altro. Io ripiegherei su: “Pota, che banda”.
Chiude Ricky Skaggs & Kentucky Thunder. Che dire? La potenza fatta bluegrass. È pur vero che Skaggs ha tre chitarre a disposizione. È pur vero che avendo due vocalist (che sono i due chitarristi ‘in più) che lasciano liberi gli altri musicisti, i backup sono ricchi oltre ogni dire (a volte, magari, anche troppo). Comunque, far girare una macchina di sette elementi a quel regime non è da tutti. Fa impressione, fra tutti, il chitarrista Bryan Sutton che, su CD, era stato evidentemente equalizzato verso il basso. Il finale del suo assolo su Get Up John (improvvisato, come quello di tutti gli altri), mi fa temere per l’incolumità della membrana del suo microfono. Non ho mai sentito una chitarra suonare così. E non credo che la sentirò mai.
Il giorno dopo tralascio un po’ di cose nel primo pomeriggio per suonare un po’ anch’io, ma non mi perdo David Grier e Leroy Troy.
David Grier è solo soletto: è sicuramente un’attrazione per qualsiasi chitarrista, ma, non cantando e non dicendo praticamente nulla tranne che i titoli dei pezzi che suona, come act non è, francamente, di grande intrattenimento.
Leroy Troy, invece, è un’altra cosa: fosse per me. il titolo di entertainer dell’anno sarebbe suo per sempre: penso non glielo diano solo perché quello che suona non è bluegrass. Avevo già letto che Leroy Troy va goduto dal vivo, ed è assolutamente vero. A parte il fatto che le sue acrobazie, del tipo fare il pendolo con il banjo su Grandfather’s Clock, (suonando a tempo), o far volteggiare il banjo sulla testa sempre continuando a suonare, non sono riproducibili su album; a parte questo, è tutto l’insieme. L’atteggiamento, l’espressività, il modo di rivolgersi agli altri due musicisti ed al pubblico, il mettersi graziosamente in posa quando qualcuno lo fotografa (sempre suonando). E poi l’incredibile modo di parlare.

Incontrandolo più tardi, avrò abbastanza faccia di tolla per chiedergli se la sua parlata è genuina, o se fa parte della sua comedy: mi dice che a casa sua, vicino a Nashville, parlano tutti così. E a parte tutto, suona veramente bene. Assolutamente imperdibile. Anzi, sarebbe il caso di vedere se lo si potesse portare in Europa…
Rhonda Vincent. che ha una voce veramente molto bella, ed annuncia di essere tornata definitivamente al bluegrass, non mi sembra emergere dalla media (vabbe’, la media cui mi sono abituato, qui, è altina).
Poi ci sono Blue Highway: quando attaccano Lonesome Pine per questo pubblico che è per metà della Virginia, tirano giù il teatro (il che mi fa capire che certi temi, qui, non sono stereotipi). La presenza di Tom Adams al banjo. nonostante lui si sforzi di duplicare esattamente le parti che sono state di Jason Burleson, aggiunge un bel po’ di drive all’insieme.
IIIrd Tyme Out sono un altro momento altissimo del festival, sia musicalmente, che come intrattenitori. La voce di Russel Moore è straordinaria; anche lui si mette in posa quando qualcuno lo fotografa, forse non tanto graziosamente. Ancora più straordinaria, secondo me, è la voce di Steve Dilling: perché, quando parla, sembra Sandro Ciotti dopo che si è schiarito la voce: e non riesco a capire come faccia, poi, a cantare bluegrass.
Momenti notevoli sono Blue Moon Of Kentucky, molto lenta (è la versione del Live al Mac), e Only You: se mai avessi avuto qualche dubbio, qui non ci sono trucchi. Niente overdub, niente digital editing: solo quattro giovanotti che cantano senza strumenti (ed il quinto che fa ‘shut shut’ nel microfono).

Per questo vecchio cuore di banjoista, sia pure scassato (il banjoista, non il cuore) sta per arrivare il culmine: J.D. Crowe (ho finalmente saputo che JD vuoi dire James Dean, e mi ha anche detto che, semmai, è ‘l’altro’ che ha copiato), cui dovrebbe seguire Mark Newton con Bill Emerson. Di J.D. mi impressiona soprattutto il backup: come solista è indubbiamente grande, ma, ormai, ci sono tanti che lo sanno imitare (beati loro). Però, per vedere un banjo usato in modo assolutamente completo, bisogna vedere J.D. La fluidità, la tranquillità, la continuità, il fraseggio sempre diverso, sempre fìtto, sempre presente, ma mai invadente, ne fanno un personaggio a parte. Tutto questo, da un disco, mi arrivava solo in parte. E poi, quando attacca Blue Ridge Cabin Home, con quel kick-off su cui decine di banjoisti hanno consumato la prima traccia del primo dei Bluegrass Album, mi sciolgo del tutto.
Resto un po’ deluso quando annunciano l’assenza di Bill Emerson, che avrebbe dovuto suonare con Mark Newton & Friends. La delusione si attenua quando, al suo posto, entra Scott Vestal (che ha appena mollato David Parmley), evidentemente scritturato all’ultimo, perché ha bisogno di essere imbeccato per gli assoli.
La delusione si trasforma in entusiasmo quando, più tardi, sul palco ritorna J.D., che si mette a duettare con Scott Vestal. Gasp.
Al termine fermo Mark Newton, e gli spiego come e perché ho deciso di venire nel Kentucky, e di come e perché andrò a Rosine. Si commuove quasi fino alle lacrime, mi abbraccia, ride, si fa fotografare con me (notare: per una volta non sono io che mi faccio fotografare con l’artista). Mi invita a casa sua. Purtroppo è maledettamente fuori strada.

E tutto il resto
Un festival bluegrass, almeno in America, non è fatto solo di musica da un palcoscenico. Ci sono i Workshop, che non ho avuto il tempo (e neanche tanto la voglia) di seguire. Passando, ho visto Beppe Gambetta mentre, con Kenny Smith e altri, ne teneva uno di chitarra, affollatissimo.
Ci sono i venditori: qui sono molti, perché quelli che hanno partecipato al Trade Show si sono fermati quasi tutti. Ci sono Janet Deering e c’è Geoff Stelling, cui porto il mio Virginian: me ne dirà di tutti i colori per come è messo, e lo riporterà a nuova vita, per soli $30 (compreso un nuovo ponte).
C’è uno stand di Elderly, c’è quello di Earl Scruggs Music, ci sono tanti venditori di dischi, nuovi e, soprattutto, usati: si trovano delle vere gemme.
C’è Bluegrass llnlimited, ovviamente, e poi Bluegrass Now, cui sottoscrivo l’abbonamento che ancora mi mancava. Ci sono gli stand delle case discografìche, dove, se uno è fortunato, può trovare jam session con gente tipo Don Rigsby e Scott Vestal, e chi capita. L’unica cosa che manca è qualcuno che venda un capotasto per dobro, chiestomi da un amico.
Poi c’è la mia amica Murphy Henry: veramente, non l’ho mai vista di persona, e lei non mi conosce. Ma, oltre che su Bluegrass Unlimited, scrive su Banjo Newsletter, dove è lasciata molto più libera di esprimersi. Ed è così colloquiale, parla di cose così normali e personali, i figli, la scuola, la casa. che, quando la incontro, mi sembra di conoscerla da sempre. Metà di quello che so sull’America (quella vera, non il Marlboro Country) l’ho imparato leggendo Murphy Henry. E poi, avendo imparato dai suoi articoli un buon tre quarti delle mie espressioni idiomatiche in Inglese, ci capiamo benissimo.

Per comprare la maglietta ufficiale del festival aspetterò la domenica mattina: il prezzo cala del 30%. E, probabilmente, la domenica sera calerà al 30%. Si chiama libero mercato. Naturalmente ci sono le jam session: alcuni vengono a questi festival solo per suonare, e non comprano nemmeno il biglietto di ingresso ai concerti. Tra le jam, ci sono quelle da sentire e basta, almeno per uno come me, e poi ci sono quelle a cui si può anche partecipare.
E si può scegliere. Ci sono quelle progressive, quelle che magari fanno solo Flatt & Scruggs, quelle dei fiddle tunes. Ne ho trovata una di signori di mezza età, quasi tutti Virginiani, che, molto appropriatamente, suonavano gli Stanley Brothers, e qualche strumentale giusto per far riposare i cantanti. Questo gruppo mi ha regalato uno dei momenti più belli di tutto il festival.
Ho scoperto in pochi minuti da dove esce la musica degli Stanley; ho sentito questi signori cantare con il cuore canzoni che, per loro, hanno un significato; ed ho afferrato la natura profondamente popolare di questa musica in Virginia, quando due o tre delle mogli, venute a rilevare i mariti, si sono unite ai cori, cantando in armonia, fra l’altro veramente bene, e con un effetto per me, povero ragazzo dalla corrotta Europa, sinceramente commovente.
In altra occasione ho scoperto come e perché i banjoisti siano spesso mal sopportati: stavo andando a dormire, quando sono stato invitato in una jam dove non c’era banjo. Mi sono schernito, ma uno, che, si vede, mi aveva sentito, ha detto che andavo benìssimo, perché non sono troppo loud (uno passa la vita a cercare un suono potente, e poi…).
Infatti, entro dieci minuti è arrivato un altro, non invitato, che, effettivamente, suonava molto meglio di me (non che ci voglia molto), ma suonava forte, e, soprattutto, suonava sempre. In un quarto d’ora la jam si è sciolta.
Ho l’impressione che il meglio delle session si tengano ai piani alti dell’albergo, in certi corridoi che, avendo tempo, bisognerebbe girare. Ne avrò la conferma sabato notte (o domenica mattina, a seconda dei punti di vista), quando, sciolta la jam di cui sopra, uno dei partecipanti mi porterà in una suite dove, in mezzo ad una gran confusione, un vecchio signore dall’aria piuttosto originale, con un gran cappello bianco ed i vestiti più burini che abbia mai visto, non suona, ma canta con voce limpida e potentissima: è un certo Jimmy Martin…

Rosine e Bill Monroe
Lasciamo Louisville, devo dire a malincuore, poco dopo mezzogiorno, rinunciando ad un altro po’ di musica: ma sono sazio (figuriamoci la consorte). Un momento di incertezza con il cambio auto­matico dell’auto, e due di vero panico con i dannati semafori americani, che sono sempre oltre l’incrocio, e via a sud per la ‘Interstate 65’.
Ma non andiamo a Nashville: ho in testa la mia idea precisa, per cui prendiamo presto verso ovest, tralasciando la Parkway per la ‘Highway 62’: che, da noi, sarebbe classificata al massimo come strada provinciale.
E chiaro che ci metteremo molto di più che in autostrada: ma io voglio vedere e, se possibile, capire i luoghi e la gente dove è nato e cresciuto Bill Monroe, e non vedo altro modo che passarci in mezzo.
Vedo subito che, qui, abitare in campagna non significa stare in paese: significa stare ad almeno mezzo miglio dal vicino più vicino. E vedo anche che, quello che qui si chiama campagna, in Europa si chiama foresta. Comincio a farmi un’idea di quale sia l’origine di quel senso di solitudine che permea lo ‘High Lonesorne Sound’ di Bill Monroe.
Dopo poche miglia scopriamo che stiamo percorrendo la Blue Moon Of Kentucky Highway (brano di Bill Monroe). Accanto, corre la ferrovia.
Procedendo, le case si fanno sempre più rare, e più povere nell’aspetto (curiosamente, più sembrano povere le abitazioni, più sono variate e fantasiose le decorazioni per Halloween).

In breve un cartello dice ‘Rosine’: cerco il famoso incrocio con il famoso country store. Il fatto è che l’incrocio è così piccolo, ed il negozio così rassomigliante ad un garage abbandonato, che arriviamo fino al paese successivo, Beaver Dam (dove si teneva il festival di Bill Monroe, prima che fosse spostato a Bean Blossom, e che ha un aspetto parecchio più decente di Rosine).
Torniamo indietro e, esattamente come Mark Newton, mi fermo a chiedere al negozio. Siamo impressionati dalla povertà del luogo, e da alcune case che paiono roulotte (vedremo di ben altro nel distretto del carbone). Sono un po’ stupito, perché avevo letto che la famiglia di Bill Monroe, pur se non ricca, non era in miseria. Sicuramente questo è il luogo con l’aspetto più dimesso che abbiamo visto in tutto il Nord Kentucky. Scopro che il capannone accanto al negozio, che avevo scambiato per un fienile abbandonato, e abbandonato da molto tempo, è il famoso Rosine Barn Dance, dove si sta appunto radunando gente con strumenti musicali.
É gente parecchio diversa da quella vista a Louisville: parla in un altro modo, ci sono molti bambini, e ci sono due o tre vecchietti ben vestiti (è domenica), ma curiosamente accoccolati sui talloni. Mi indicano il cimitero, che è lì a due passi. Entro a piedi: il cimitero, come sempre senza alcuna recinzione, è piccolissimo, forse ottanta lapidi: metà portano il nome Monroe.
In mezzo si alza una semplicissima stele, bianca, senza decorazioni, alta forse tre metri. Una grande pietra grigia, pulitissima, semisepolta di fiori freschi, porta una lunga dedica scritta dal figlio James, e, in grande, la scritta William ‘Bill’ Smith Monroe (Bill Monroe). Avevo preventivato di commuovermi, forse di versare anche una lacrima. Quei due o tre che mi stanno ancora leggendo possono anche mettersi a ridere, e forse hanno ragione. Ma io mi sono messo a piangere. E, non so come, senza pensarci, mi sono cavato di tasca un quarto di dollaro, e l’ho appoggiato alla pietra grigia, sul bordo …

Nashville e Bill Monroe
Per venire a Nashville abbiamo lasciato presto Memphis, devo dire a malincuore: ci eravamo andati per vedere il ‘Gran Padre delle Acque’, il Mississippi, ed abbiamo scoperto una città molto bella e molto ricca di vita, oltre che di musica (no, non sono stato a Graceland: non dopo Rosine).
Dalle parti di Jackson metto la radio in modulazione di ampiezza, e, dopo un po’ di ricerche, finalmente, sui 650, sento il mitico annuncio: “Double-iu-es-em, the house of the Grand Ole Opry”. La mitica WSM. Dalla quale non ho sentito, in tre giorni, e con un certo stupore, una sola nota di bluegrass; la stazione è comunque gradevole: non disturba, nessuno urla, la musica, praticamente solo country, è sempre di buona qualità. La radio rimarrà quasi sempre sui 650 AM fino a quando il segnale scomparirà (e allora troverò un altro mito: WWVA, che di bluegrass ne trasmette un po’).
Nashville è un po’ più diffìcile da girare delle altre città che abbimo visto: non è così squadrata, però arriviamo al Ryman Auditorium (uno dei palcoscenici calcati da Bill Monroe) senza troppe difficoltà. Più difficile è parcheggiare.

Il Ryman, quando non funziona come auditorium, è aperto come museo. A parte un po’ di fotografìe e qualche vecchio abito delle star del Grand Ole Opry, c’è da vedere solo il teatro: ma vale il prezzo del biglietto, a cominciare dalle scale di servizio, di ghisa decorata, fuse a Louisville, come dice lo stampo su ogni gradino. È un teatro molto strano, ad anfiteatro molto chiuso, quasi un odeon greco. La balconata è così bassa da lasciare appena scoperto il palco per chi sieda sotto: i posti migliori sembrano quindi essere quelli sopra.
L’acustica è straordinaria: sento perfettamente, da sopra, una signora che, senza alzare la voce, illustra i dettagli del luogo ad un gruppetto di visitatori.
Alcune vecchie foto mostrano un antiteatro così ampio che, agli estremi, si vedeva il back stage: oggi la capacità del teatro è stata di molto ridotta per motivi di sicurezza. Le panche sono comodissime: non ho mai provato dei sedili di legno così comodi. E’ molto fresco, mentre fuori ci sono più di trenta gradi. Non so cosa sia, ma c’è un’armonia d’insieme che rende diffìcile venire via (ho provato qualcosa del genere sulla piazza di Vigevano).
Mi vedrò, giorni dopo, ripreso in fotografìa a mia insaputa, seduto su una panca del Ryman: in effetti, potrebbe sembrare una bella chiesa. Ascoltare musica qui deve essere molto bello. Suonarla, straordinario.

La Country Music Hall of Fame (in cui a pieno merito è inserito Bill Monroe) invece, non mi sembra valere il prezzo: non che non ci sia niente di interessante, ma, vivaddio, $20 (più di trentacinquemila) in due…
Anche qui vecchie foto e vecchi abiti. C’è n’è uno con un giropetto mostruoso: infatti, dice la targhetta, apparteneva a Dolly Parton. C’è la Cadillac coperta d’oro (dentro e fuori) di Elvis Presley: vedendola, sono sempre più contento di non avere perso tempo per Graceland (parlo dell’uomo, non dell’artista, è chiaro. L’artista, dopo tutto, si è formato ascoltando anche Bill Monroe).
Ci sono le famose targhe commemorative, in una stanzetta piccola che, per essere una Hall Of Fame, è un po’ opprimente.
Un’intera sezione del museo è dedicata ad Hank Williams. Ci sono parecchi strumenti, alcuni molto belli, alcuni antichi (vabbe’, vecchi: siamo in America), tra questi, arrivata giusto un paio di mesi prima, la famosa chitarra di Maybelle Carter, quella con i fori ad effe.
Annesso al museo è il famoso studio B, dove sembra siano state eseguite storiche incisioni. Al bluegrass è dedicata solo una vetrinetta, ma consistente. Ci sono: un violino di Scotty Stoneman, un dobro di Josh Graves, un banjo di Earl Scruggs, un mandolino di Bill Monroe. Ah, e un paio di scarpe di Jimmy Martin. Non ricordo se è qui o al Ryman (mi pare al Ryman) il famoso cappello bianco di Bill Monroe.

Sempre sulle piste seguite da Bill Monroe, per arrivare ad Opryland rischio la galera: ad un incrocio, sempre per via del dannato semaforo che è dall’altra parte della strada, passo col rosso proprio davanti ad un’auto della polizia (non è che io sia abituato a passare col rosso: è che, come tutti gli europei, seguendo l’istinto mi fermo proprio sotto al semaforo: ossia, qui, esattamente in mezzo all’incrocio). Sfodero le mie migliori arti di buon italiano: non conosco la città, stavo guardando la mappa, non sono abituato al cambio, c’è il fuso orario, non sono americano, è scoppiato l’accendisigari, ho l’auto piena di cavallette, è caduto il governo… (è che qui, per una cosa del genere, si va davanti al giudice). L’agente, un giovanotto di colore, ridacchiando sotto i baffi, non solo si limita ad un discreto cazziatone, ma mi indica con molta precisione la strada per Opryland.
Che non si rivela un granché. C’è il nuovo teatro del Grand Ole Opry, molto più grande ma molto più brutto del Ryman. C’è un museo, che non visitiamo (altre foto e altri vestiti…). C’è un alberello di dogwood (corniolo?) piantato lì per commemorare David ‘Stringbean’ Akeman. C’è un battello sul fiume Cumberland, che, per $50 a testa, offre una cena a lume di candela, e se la può tenere. Un albergo colossale, e francamente un po’ chich.
Lasciati i bagagli in un motel torniamo in centro, sulla Broadway, che è poi ancora vicino al Ryman (che è sulla Quinta Strada: chissà che hanno gli incroci tra una Broadway ed una Quinta). Scopriamo che all’Arena, un colossale orrore multifunzionale di cristallo, c’è uno special event (partita di hockey), e quindi i parcheggi sono schizzati dai $5 in su: e anche questo si chiama libero mercato.
Pagato il prezzo della libertà, ci vediamo il negozio di dischi di Ernest Tubb (quello con l’insegna a forma di chitarra), compro una videocassetta da Gruhun, non trovo il famoso capotasto per Dobro in ben tre negozi (e tornerò in Italia senza). E, in attesa che apra lo Station Inn (dico, sono venuto a Nashville per la sera di martedì mica per niente), ceniamo.

A proposito, per quelli che, da buoni italiani (qui in senso positivo), fossero preoccupati per la qualità del cibo: noi ci siamo trovati sempre bene. Sembra che la cucina del Sud sia un po’ diversa da quella del resto degli USA, e migliore. È chiaro che bisogna stare alla larga dai fast food e, soprattutto, dai cosiddetti ristoranti italiani: poi. è meglio abituarsi subito alle abitudini locali. Anche quando significano bistecca o salsiccia (e molto altro) a prima colazione.
Lo Station Inn è incredibile: non mi aspettavo il Moulin Rouge, ma neanche una stamberga simile. L’aspetto esterno è quello della baita di montagna. L’interno, pure, ma è molto più buio, con un soffitto pieno di puntelli e di travi che paiono messe alla rinfusa. L’arredamento è adeguato. Il quartiere è pieno di locali con insegne che dicono: ‘Girls, Girls, Girls’. Vorrei approfondire, ma la consorte insiste per il bluegrass (strano, dopo un intero festival), per cui entriamo nel nostro night club (sulla guida del telefono, lo Station Inn si qualifica proprio così). Pare che sia passata da poco Red Wìne, e tutti ne parlano molto bene: come è noto, gli americani non sono abituati a mentire, nemmeno per fare complimenti (bè, il Presidente deve tenere conto della ragion di stato).
Qui è tutto molto più informale che a Louisville, a cominciare dagli orari. Bluegrass Unlimited annunciava i Sidemen per le 19 (che, da queste parti, è un orario normale). In effetti alle 19 il locale apre, ma la musica inizia alle 21. All’italiana: a quell’ora arrivano i musicisti, alla spicciolata: prima Mike Bub, che mi riconosce e mi saluta. Poi Rob McCoury, Gene Wooten, e tutti gli altri.

Sono quasi le dieci quando i Sidemen cominciano: ma per noi è come se fosse mezzanotte. Due giorni prima abbiamo cambiato simultaneamente ora legale e fuso orario, e, per non perdere due ore di luce, abbiamo deciso dì infischiarcene e continuare con la nostra ora, alzandoci all’alba e andando a letto alle 8.
A parte la sigla e forse i primi due pezzi, tutto il programma è a richiesta. Il cantante (che dovrebbe essere Terry Eldredge, ma non lo conosco) è un vero juke box umano: tu gridi un titolo, e lui canta la canzone. Le richieste non si limitano a questo: ad un certo punto sale sul palco un signore, che si canta una canzone con voce potentissima e poi torna al suo posto.
Tra il pubblico si aggirano personaggi come Del McCoury, David Grier e Larry Perkins (che, evidentemente, non è più nei Sidemen). E molti altri di cui non conosco il nome, ma che ho visto suonare a Louisville. Mi dicono che suoneranno fino all’una, e sono convinto che, andando avanti, molti dei musicisti presenti tra il pubblico saliranno su quel palchetto. Ma. a metà del secondo set, ad un’ora che per noi sono quasi le due, e con il motel fuori città al capo opposto, cediamo le armi ed andiamo a dormire.

The Trail of the Lonesome Pine e le origini del bluegrass di Bill Monroe
Sono venuto qui per capire da dove nasca la musica bluegrass, e che tipo di gente sia quella che lo ha inventato, per cui andiamo dritti verso Est, verso il distretto carbonifero, al confine con la Virginia, per poi attraversare completamente gli Appalachi.
Torniamo nel Kentucky, che, come paesaggio, ci sembra migliore del Tennessee. Passiamo da Bowling Green, che ha dato i natali a Sam Bush (lo scoprirò poi leggendo Bluegrass Now di Novembre), e prendiamo la Daniel Boone Parkway. Ogni tanto, però, usciamo, ed attraversiamo un pezzo della Daniel Boone National Forest per strade ordinarie.
Queste regioni furono esplorate a partire dal 1776 da Daniel Boone, appunto, un tale vestito di daino e con berretto di procione, che aprì la ‘Wilderness Road’, da Cumberland Gap fino a Louisville. All’epoca di Daniel Boone la regione era già abitata, ma da coloni così insofferenti a qualsiasi tipo di organizzazione sociale da abbandonare le tredici colonie per venire a stabilirsi in queste foreste, rinunciando quasi subito a vivere in villaggi, e pagando, per questo, un prezzo altissimo: c’erano lupi, orsi, linci, vipere, serpenti a sonagli, Indiani (buoni e cattivi), e banditi di ogni risma, che approfittavano brutalmente dell’isolamento delle fattorie.

Di quell’epoca è rimasta la foresta, che a noi, due poveri ragazzi dall’Europa disboscata e supercoltivata, pare vergine: ci sono alberi di un’infinita varietà, e, in questa stagione, i colori sono incredibili: non ci sono due piante con la stessa sfumatura di verde, rosso, giallo, arancio, viola, marrone… tutti i colori, tutti, escluso il blu (quello, in cielo). Lupi e orsi dovrebbero essere spariti (le linci no, ci sono ancora), ma ci sono moltissimi altri animali: è impressionante, per me, la varietà di specie di uccelli. Siamo già abituati a trovare, sulle strade del Kentucky e del Tennesse, opossum e procioni, vivi e, molto più spesso, morti sulla strada, e avvoltoi che se li mangiano, e scoiattoli che saltano in mezzo alla strada. Ma, qui, è diverso.
Sempre dall’epoca di Daniel Boone rimane l’atteggiamento sociale della gente. Si capisce che l’area è abitata, perché ogni tanto si incontra una cassetta postale. La casa cui appartiene, però, è nella foresta, forse a pochi metri, forse a qualche miglio. Dalla strada, comunque, non la si vede. A questa ricerca esasperata di isolamento si accompagna una solidarietà ed una cordialità che avremo modo di valutare di persona. E anche questo si spiega: quando una fattoria si trovava in difficoltà, era necessario che i vicini accorressero il più rapidamente ed il più disinteressatamente possibile. Altrimenti, la comunità del Kentucky si sarebbe estinta prima che arrivasse qualsiasi Daniel Boone.

L’idea è di passare per Hayden, per pernottare poi ad Hazard, Perry County: che non ha niente a che vedere con la famosa serie di telefilm (avrà forse ispirato il titolo), ma è citata in Nine Pound Hammer, e, con i suoi 6.500 abitanti, è il centro più importante della regione, ed anche l’unico dove ci siano dei motel segnalati. Quando sbagliamo strada passiamo per strade secondarie proprio nel cuore della foresta. La giornata si è fatta più chiusa, e compare la nebbia: e mi pare il minimo, per chi voleva vedere da dove escono i Foggy Mountain Boys.
Passiamo per un paese che si chiama Oneida, Clay County. Il paese, come centro abitato, non esiste: ci sono case, e, più spesso, baracche sparse lungo la strada. Anche le case più dignitose non hanno fondamenta: sono appoggiate su mattoni, quando non su ruote.
I cortili, che sono prati, sono pieni di ciarpame: vecchie auto, copertoni, stracci. Vediamo bambini a piedi nudi, e alcuni, decisamente sporchi, giocano in mezzo ai rottami. Sono sbalordito: quello che vediamo pensavo appartenesse ai più biechi stereotipi.
Faremmo delle fotografie, ma, a parte il fatto che si sta facendo buio, gli stessi stereotipi cui non davo credito raccontano anche di montanari che tirano fucilate ai forestieri troppo ficcanaso.

Arriviamo ad Hayden che è buio, ed un cartello ci informa che la Leslie County, di cui Hayden è il capoluogo, ha dato i natali ai fratelli Osborne. Ecco perché il nome non mi era nuovo. Qui mi sembra opportuna una considerazione, che è poi una constatazione: sembra quasi che, quando il luogo si fa isolato, anzi desolato, e la gente acquista un aspetto miserabile, ed i bambini sono scalzi, il tutto in mezzo ad una natura splendida, salta fuori che qui è nato qualche bluegrassaro della prima ora. Era così a Rosine, è così qui, sarà così, anche se in misura minore, a Flint Hlll.
Ad Hazard, che, nonostante il nome, ‘Rischio’, è un posto molto carino, ci sono ben due quotidiani, ma solo tre motel, tutti fuori paese: un bel Holiday Inn, tutto prenotato, da cui ci indirizzano a quello brutto, in cui, per fortuna, troviamo posto (sembra che il terzo sia turpe). Vicino al motel c’è anche un locale che corrisponde esattamente all’idea che mi ero fatta di un ‘honky tonk bar’.
Nonostante la resistenza della consorte (sarà perché io insisto a spiegarle che di solito si tratta di locali molto malfamati), dopo cena entriamo a vedere. La musica, un country-rock dal vìvo molto datato, non è assordante, e ne ho sentita di peggiore, ma il fumo (tutto di tabacco) fa impressione, specialmente qui negli Stati Uniti. Fanno una certa impressione anche gli avventori: le due facce più perbene appartengono a due signore sui sessanta le cui intenzioni, in mezzo a questo pubblico di ventenni, sono più che evidenti.

Fanno impressione i buttafuori, uno è sui centotrenta chili, e non di grasso. E fa una certa impressione la reazione di un ragazzo cui chiedo se una sedia è libera: mi chiedo cosa succederebbe se qualcuno chiedesse se la sua ragazza è libera. Accertato che un honky tonk bar è molto più malfamato di quanto pensassi, rimandiamo l’esplorazione dei luoghi alla luce del giorno.
La città coincide sostanzialmente con la ‘Main Street’. C’è un falegname che fabbrica mobili e dulcimer: lo dice l’insegna, e ne tiene anche due in vetrina. La gente che gira di mattina è molto più cordiale, e saluta sempre. Amano molto chiacchierare, e, tra qui ed un paesino vicino che si chiama Viper (‘Vipera’, frazione di ‘Rischio’? Però…) trascorriamo praticamente tutta la mattina in chiacchiere.
Scopriamo però un sacco di cose interessanti. Ad esempio, mi dicono che la musica tradizionale è ancora molto viva, ma è una faccenda privata: c’è in giro un sacco di gente che suona, ma, se si vuole vedere qualcosa di diverso da un honky tonk, bisogna entrare nelle case private. Un vecchietto di Viper, dopo avermi chiesto se mi interessa la cultura del luogo, mi racconta la storia della sua famiglia, a cominciare dai nonni. La cosa è un po’ lunga, ma scopro cose interessanti: il signore, che ha un’aria molto dimessa e vive in una casa di legno, dignitosa, ma palesemente senza allacciamento elettrico né telefonico, non è povero, ed è tutt’altro che ignorante: ha insegnato per trent’anni, su nel Michigan. Quando è andato in pensione è tornato nei suoi boschi: senza luce elettrica, senza telefono, forse senz’acqua corrente. Ed è così per molti. Quelli che a noi sembrano baraccati sono evidentemente quelli che non si sono mai mossi, e, per non muoversi, magari trascorrono la vita lavorando in miniera.
“I’d rather be in some dark hollow, where the sun don’t never shine..” (P.D., Dark Hollow)

Quelli che si muovono, invece, appena possono, ritornano. Improvvisamente, capisco tante, tante cose…
“Lonesome Pine, I can hear you calling, calling me, back to my home..” (Wayne Taylor, Lonesome Pine)
Dopo aver incrociato un treno carico di carbone (tre locomotive che tirano 93 vagoni, in salita, ad una velocità di circa 5 Km/h, venti minuti per passare tutto), arriviamo a Cumberland, Harlan County: da qui parte una strada che, passando ai piedi di un monte che si chiama Black Mountain, scende in Virginia. Ad Appalachia gira verso Nord, attraversa la West Virginia, e prosegue verso il Maryland e l’Ohio, il Nord industrializzato.
La strada, dice un cartello, si chiama ‘Trail of the Lonesome Pine’. Era la strada che gli emigranti percorrevano, con la morte nel cuore, pensando a quello che lasciavano.
“Riding the night in a high cold wind on theTrail of the Old Lonesome Pine
Thinking of you, feeling so blue, wond’rin’ why I left you behind..” (Rakes (Ralph Stanley), How Mountain Girls Can Love)
Il paesaggio e la vegetazione, qui, sono più belli che mai. Avvistiamo perfino un’aquila (penso, almeno: pensavamo ad un avvoltoio, ma ha la testa bianca). La giornata è splendida e calda. Mi fermo per cogliere un rametto di Pino Solitario, e mi riempio da capo a piedi di piccoli semi spinosi, credo siano quelli che qui chiamano Code di Volpe: e resistono a qualsiasi spazzola. Dal passo sotto il Black Mountain la vista si apre su tutta la Western Virginia, che si infila tra West Virginia e Tennesse: davanti a noi, lontano, si erge il Blue Ridge. Da qualche parte, lì in mezzo, dovrebbe esserci un posto che si chiama Clinch Mountain.

Flint Hill
È l’ultimo giorno utile del nostro viaggio: la mattina dopo dovremo prendere l’aereo da Greensboro, Nord Carolina. Dobbiamo attraversare il Blue Ridge al Newfound Gap, attraverso lo Smoky Mountain National Park. Delle Smoky ci avevano detto tutti meraviglie: in effetti, nei giorni scorsi, avevamo visto paesaggi anche più belli. Ma la foresta, no. La foresta, qui, è assolutamente selvaggia: intatta, nessuno tocca un ramo. Ci sono i ranger, come quelli dell’orso Yoghi, e, in effetti, ci sono anche gli orsi.
E poi c’è l’Appalachian Trail. Ne percorriamo anche un breve tratto, senza allontanarci troppo dalla strada: non siamo molto abituati agli orsi, noialtri. E nemmeno ai serpenti a sonagli.
L’Appalachian Trail è un percorso pedonale, ampio e ben tenuto, lungo tremila chilometri, che corre ininterrotto per i monti Appalachi dal Maine alla Georgia.
I primi coloni lo trovarono praticamente così come lo vediamo oggi. Fu aperto dagli Indiani, raccordando e sistemando tronchi preesistenti, probabilmente per servire la nascente Confederazione delle Cinque Nazioni (stroncata sul nascere dalla colonizzazione occidentale).

Il sentiero consentiva un collegamento decentemente rapido tra Irochesi a nord e Seminole a sud, servendo le altre tribù lungo il percorso. In tempi più recenti, veniva percorso soprattutto dagli emigranti più poveri, quelli che viaggiavano a piedi: perchè, per un pedone, rimane ancora la via più rapida.
“There’s a well beaten path on this old mountain side, that I wandered when I was a lad..” (Cirtain e Stacey (Flatt e Scruggs), Blue Ridge Cabin Home)
L’intenzione originaria era di dedicare il resto della giornata alla riserva dei Cherokee, e specialmente al museo vivente (un grande villaggio indiano ricostruito), per tirare poi fino a Greensboro, si arriva quando si arriva. Risulterà che il villaggio ha chiuso pochi giorni prima, perché gli Indiani, all’aperto tutto il giorno, cominciavano ad avere freddo (eh, non ci sono più gli Indiani di una volta…). Io che, essendomi documentato, so dov’è Flint Hill (per i non suonanti il banjo, è il posto dove è nato Earl Scruggs), dalle parti di Black Mountain, NC, comincio ad osservare che, a questo punto, potremmo anche permetterci una deviazione.
La consorte, sia pure sbuffando e facendo strane osservazioni sul fatto che, se un fedele va alla Mecca, poi non può saltare Medina (non capisco bene a cosa alluda), a Marion mi lascia imboccare la 221, che scende verso la Cleveland County.

La faccenda si fa più lunga del previsto, perché il traffico in Nord Carolina sembra quasi europeo; però i paesi sono graziosi, e, alcuni, caratteristici. Si vede qualche edifìcio coloniale, e, nella Cleveland County, torniamo a vedere i campi di cotone con i fiocchi bianchi, come a Memphis.
Dopo un grandioso sandwich di pollo (praticamente un pasto completo servito su una fetta di pane) in un locale che sembra uscito da un film degli anni quaranta, arriviamo a due passi da Boiling Springs, che è la località segnata sulle carte più vicina a Flint Hill. Ma, nonostante le mie mappe di non so che ministero (scovate su internet), non solo non riusciamo a trovare Flint Hill, ma nemmeno Boiling Springs.
Le strade si fanno strette, le case, più rare, appoggiate a mattoni; alcuni cortili sono ingombri di rottami. Le donne che fermiamo sono scalze. Un signore cui chiedo inizia a raccontarmi la storia della sua vita. È evidente: siamo in zona.
Una ragazza scalza mi indirizza ad un country store su un incrocio (ancora), e qui inizia una serie di eventi che a me pare ancora incredibile: giudicate voi.
Chiedo dove si trovi la casa natale di Scruggs, il banjoista. La negoziante mi chiede quale Scruggs, Ernest, o forse quello sordo? Sembra che qui viva più di uno Scruggs, e che il banjo sia molto popolare. Specifico che il mio Scruggs è quello di ‘Flatt & Scruggs and The Foggy Mountain Boys’, nato il 6 gennaio 1924 a Flint Hill, Cleveland County, NC.
“Ah, quello Scruggs”. La signora prende il telefono e fa un paio di chiamate. Mentre aspettiamo un tale che lei ha convocato qui, mi spiega che ha chiamato uno che conosce bene Horace Scruggs (il fratello maggiore di Earl), che vive ancora qui. Arriva questo signore: prende il telefono e chiama Horace, per farsi spiegare bene il luogo. Poi dice: “Follow me”.

Guida per quasi venti minuti, sconfinando anche nel Sud Carolina, e ci conduce in una località isolatissima, che da solo non avrei trovato neanche in una settimana. Ci sono forse quindici case strette intorno ad una chiesa, ed una targa che dice: ‘Flint Hill Baptist Church’. Si ferma davanti ad una casetta bianca di legno, dall’aria dimessa. Suona alla porta, e spiega alla padrona di casa (una graziosa signora sui venticinque, naturalmente scalza, con intorno cinque o sei bambini, spero non tutti suoi) che ci sono questi Gentlemen dall’Italia che vorrebbero vedere la casa di Earl Scruggs. Mi spiega che Earl è stato cresciuto ed educato altrove, ma è nato qui, e qui ha trascorso i primi anni della sua vita.
Accetta a malapena i nostri ringraziamenti, e, dopo aver perso quasi un’ora per due pirla sconosciuti che volevano vedere un po’ di vecchie assi, con il più bel sorriso del mondo ringrazia, saluta, e se ne va.

Ero venuto per farmi un’idea di come fosse la gente di qui. Me la sono fatta. Qualunque cosa vi raccontino sull’ospitalità del Sud, non credeteci. Sono tutte balle. La realtà è migliore di qualsiasi descrizione vi possano fare.
La padrona di casa (che, oltre a tutto, non ha nulla a che vedere con la famiglia Scruggs) ci spiega che, ogni tanto, arriva qualche giornalista o qualche turista: dall’Italia, però, siamo i primi. Ci fa entrare, ci fa vedere tutta la casa, dentro e fuori, il cortile davanti e quello dietro. É chiaro che, a questo punto, devo fotografare tutto (compresa la padrona di casa). La casa è dimessa, ma non povera. Dentro assomiglia molto a com’era trent’anni fa la casa di certi miei parenti di campagna.
Mentre andiamo via, ancora frastornato, questo vecchio cuore di banjoista sgangherato (il banjoista, non il cuore) sembra finalmente calmarsi e trovare riposo. Il mio cuore, ormai, riposa a Rosine, vicino a Bill Monroe. Con qualche valvola a Flint Hill.

Aldo Marchioni, fonte Country Store n. 45, 1998

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