David Mallett picture

David Mallett (Sebec, Maine 1951) è una delle voci più belle di un’America rurale che è sempre più difficile trovare, nascosta com’è alla vista superficiale del consumatore musicale medio.
La natura delle sue canzoni, che raccontano le ‘piccole’ storie di provincia, quelle che fanno risaltare i sentimenti, talvolta contrastanti, che regolano i rapporti interpersonali, è tale da rendere David Mallett e la sua musica uno dei ‘best kept secrets’ statunitensi, un affascinante scrigno pieno di quei suoni country e folk che sono alla base di tanta ottima musica americana.

Il New England è sempre stato prodigo di talenti nell’ambito legato alla canzone d’autore, forse anche per il carattere dei suoi abitanti e per gli splendidi scenari naturali che invitano a riflessioni sui rapporti umani in un contesto piacevolmente ‘down home’.
David Mallett è spesso riuscito a catturare l’essenza stessa dei luoghi natali e ha raccontato con grande naturalezza e sensibilità, in una discografia parca ma di notevole livello, storie pregne di poesia e musica.
Le sue canzoni sono state riprese da molti musicisti tra i quali Emmylou Harris, Alison Krauss, Hal Ketchum, Pete Seeger, Kathy Mattea e John Denver che in questa maniera hanno reso omaggio ad un artista che ha sempre mantenuto una base magari ristretta ma fedelissima di fans (ai quali si unisce il sottoscritto) che si sono riconosciuti nei valori tipici della provincia americana.

David Mallett è cresciuto in una famiglia in cui la musica ha avuto un’importanza fondamentale. Già all’età di dieci anni, con suo fratello maggiore, si esibiva durante le county fairs con una proposta ispirata sia dalla country music (Buck Owens e Johnny Cash in particolare) sia dalle folk songs di Peter, Paul & Mary e del Kingston Trio.
E’ stato però durante la sua permanenza all’Università del Maine che David Mallett ha cominciato a comporre canzoni sotto la spinta della musica di cantautori come Bob Dylan e Gordon Lightfoot (che stilisticamente sarà una figura molto influente).
Lasciata la scuola, la decisione di intraprendere la carriera musicale è un passo naturale.

Di fondamentale importanza è l’incontro con Noel Paul Stookey (membro del trio Peter, Paul & Mary e suo conterraneo) che durante gli anni settanta era il proprietario di uno studio di registrazione a South Blue Hills, Maine. La collaborazione tra i due è particolarmente profonda e Stookey tiene a battesimo il giovane cantautore producendogli l’omonimo disco di esordio.
L’album contiene quella che è certamente la canzone più legata a David Mallett, ripresa da decine di musicisti che hanno contribuito a focalizzare l’attenzione su di lui: The Garden Song. David Mallett, pur con gli inevitabili alti e bassi, è un lavoro che mostra un autore già sufficientemente personale e sicuro e contiene buoni momenti come Fire, I Knew This Place, Dulcimer, Arthur e Inches & Miles (titolo anche di un libro pubblicato da David Mallett anni fa).

L’anno successivo, sempre sotto la produzione di Noel Paul Stookey, David Mallett esce con quello che è il definitivo passo verso una maturità compositiva ottenuta con grande naturalezza. Pennsylvania Sunrise è un disco composto da dieci canzoni di grandissima qualità, un album di storie i cui personaggi sono un tutt’uno con la natura che li circonda, con un risultato ricco di fascino.
The Last Time I Saw Annie, Ballad Of Saint Anne’s Reel, Phil Brown, Pennsylvania Sunrise, Midnite On The Water, Haying Song e Fast Gun Gettin’ Slow rimandano ad un country/folk di matrice acustica in cui comunque non mancano inserimenti elettrici a ravvivare certe atmosfere.

A concludere la prima parte della carriera di David Mallett c’è un bellissimo live album, ancora prodotto da Noel Paul Stookey, The Hard Light, uscito nel 1980. La performance è registrata a Bath, Maine e vede David Mallett in perfetta sintonia con il pubblico in un concerto eccellente in cui l’ispirazione davvero non manca. Da sottolineare ci sarebbe tutto il disco, la bellezza degli arrangiamenti, le canzoni ricche di feeling e la magia di serate davvero particolari.
Hard Time Love Song, Sweet Bird Of Youth, Highways, The Hard Light, On The Road From Boston, la cover di North To Alaska di Johnny Horton e You Say That The Battle Is Over, vero cavallo di battaglia di David Mallett, sono canzoni che non si dimenticano facilmente.

Nel 1983 viene pubblicato il quarto disco di David Mallett, a distanza di ben quattro anni dal precedente lavoro di studio. Open Doors & Windows è ancora oggi, dopo ventanni, uno dei suoi album più significativi.
La produzione è nelle mani della coppia formata da Mason Daring e Glenn Berger, ma a rendere questo prodotto eccellente è lo stato di grazia, la vena felicissima di David Mallett.
Gli arrangiamenti sono un po’ più ricercati, ci sono più tastiere (Kenny White e Peter Re) e un basso fretless (nelle mani di Mike Burd) che talvolta richiama atmosfere a la Joni Mitchell (quella del periodo di Court And Spark, appena antecedente alla svolta jazz).
La title-track è una ballata un po’ amara che è il manifesto del ‘mood’ di molti brani del disco. Snowbound è una bellissima folk song in cui emergono le affinità con il cantautore canadese Gordon Lightfoot.

Thanks To Mother Mercy è decisamente più ottimista pur nella sua dura critica verso certi yuppies e certi arrampicatori sociali.
La pianistica This Little Town è una delle più belle ed è un perfetto quadro della ‘small town America’ tanto amata da David Mallett, con i suoi personaggi e le sue storie ‘ordinarie’ (…this litte town is much the same as others I have known, nothin’ much to do round here except work and then go home, get your paycheck friday night, monday it’s all gone, and you don’t know how to make ends meet, but you know you’ll carry on…).
In Photographs & Memories c’è il David Mallett più autobiografico, sensibile al fascino indotto da un vecchio album di famiglia con le sue fotografie un po’ sbiadite ma dai ricordi ancora vividi.

The Longest Night è un racconto, tra sogno e realtà, dalla drammatica e orgogliosa interpretazione, Milly, There’s A Dance In Town è per contro gioiosa, con il fiddle di Stuart Shulman e i flauti (recorders) di Billy Novick.
Northern Lights, con reminiscenze ‘cockburniane’, è un omaggio sentito al grande Nord con il suo fascino austero e glaciale.

A metà anni ottanta David Mallett decide di dare una svolta alla propria carriera trasferendosi a Nashville, entrando a far parte de circuito cantautorale della capitale della country music.
Nel 1986 viene pubblicato Vital Signs, un disco prodotto da Jim Rooney (figura seminale nell’ambito della musica folk, bluegrass e country) al quale partecipano grossi nomi della scena di Music City, da Pat Alger al fiddler Stuart Duncan, da Bruce Bouton (pedal steel e dobro) al chitarrista Ray Flacke, al batterista Larry Atamaniuk.
Il risultato, pur con queste ottime premesse, non è del tutto soddisfacente: in alcuni momenti David Mallett sembra leggermente a disagio e il suo songwriting è meno efficace del solito.

L’album è comunque piacevole e non mancano brani in cui le sonorità country si amalgamano in maniera riuscita alle folk songs del Nostro. Old Fashioned Woman è chiaramente un esempio di tutto ciò e a guadagnarci è il songwriting di David Mallett che viene ‘rivestito’ da un sound godibile e frizzante, nella tradizione delle produzioni di Jim Rooney.
Tra le canzoni più importanti di Vital Signs c’è Red Red Rose, una ballata ripresa in seguito da Emmylou Harris, (Coming Apart) At The Seams splendida melodia che risalta grazie al sapiente lavoro di Jim Rooney, la ritmata Good Times con le sue tenui influenze bluegrass e la riedizione di Highways che già appariva su The Hard Light.
Il successivo For A Lifetime (1988), sempre prodotto da Jim Rooney e inciso a Nashville, rimette le cose a posto dopo qualche indecisione nel precedente album. David Mallett nei due anni intercorsi tra i due dischi riprende a scrivere in maniera qualitativamente ottima e il risultato è un altro degli ‘highlights’ della sua produzione.

For A Lifetime raccoglie ancora una volta le tematiche care al cantautore del Maine (amore, ricordi autobiografici, riflessioni ambientaliste, la nostalgia dei ‘good old times’) per riproporle con grande intensità.
Sweet Tennessee è il suo omaggio alla terra che lo ospita mentre My Old Man lo è ad una figura paterna raffigurata con profondo affetto e rispetto.
Tra le melodie più memorabili di questa sua seconda avventura nashvilliana ci sono Some Peace Will Come e Summer Of My Dreams (ripresa da Kathy Mattea), due commoventi ballate ricche di immagini poetiche degne di un grande autore come David Mallett.
Hometown Girls è deliziosamente country ed è caratterizzata dalla bella chitarra elettrica di Ray Flacke e dai fiddles di Stuart Duncan, This City Life è una riflessione, romantica e agrodolce della vita e dei sogni in una città mentre Light At The End Of The Tunnel ha un andamento maggiormente folkie e una tematica più ottimista.

Dopo questo disco devono passare ben cinque anni per poter riascoltare nuove canzoni di David Mallett. Un lungo periodo interrotto solo dalla pubblicazione, da parte della Flying Fish, storica etichetta di Chicago (ormai sua ex label), di una raccolta antologica dei suoi primi tre dischi, da lungo tempo fuori catalogo.
Inches & Miles è un interessante viaggio attraverso tre album di fondamentale importanza per capire le radici di David Mallett, tre lavori da riscoprire e recentemente ce ne è data l’occasione con la loro ristampa (limitata) acquistabile presso il suo sito web.

Nel 1993 David Mallett si ripresenta con un contratto nuovo di zecca con la Vanguard Records che frutterà due album di eccellente fattura, due lavori maturi e ricchi di grande musica.
Il primo è This Town, prodotto ancora da Jim Rooney (a mio parere il più bello tra i tre da lui prodotti) con la presenza di nomi di rilievo come Nanci Griffith, Hal Ketchum e Kathy Mattea alle harmony vocals e session men notissimi come Roy Huskey, Jr., Stuart Duncan e Kenny Malone tra gli altri.

Per la prima volta David collabora nella stesura di alcuni brani con autori il cui lavoro è in sintonia con il suo: con Hal Ketchum vengono composte Take Time e Old Soldiers, con Jon Vezner, apprezzato autore di Nashville e marito di Kathy Mattea, la bellissima Main Street in cui vengono ricordati (con molto rimpianto) i tempi in cui la via principale era il cuore pulsante della vita delle cittadine, prima dell’avvento dei centri commerciali.
David Mallett e Lance Cowan sono poi gli autori delle ottime Pray For Rain e Long Distance Lover. This Town si dovrebbe citare tutto, dall’inizio alla fine, tanto è ispirato e suonato con una passione fortissima.

The Road Goes On Forever (non è quella di Robert Earl Keen), la canzone che dà il titolo al disco, Rock And Roll Heart e How Much More (Of This Do You Really Need)? rivelano anche un’insospettata grinta pur mantenendo le caratteristiche peculiari delle sue canzoni.
Dopo essersi separato (consensualmente) da Jim Rooney e con la collaborazione di Rich Adler, David Mallett produce In The Falling Dark, inciso ancora a Nashville e pubblicato nel 1995.
Il disco è ancora una volta molto buono ed è leggermente più di ‘basso profilo’, inciso con un ridotto (ma non eccessivamente scarno) stuolo di musicisti.

David Mallett prosegue nella sua collaborazione con altri autori, alla ricerca di nuovi stimoli artistici: Off The Ground è una magnifica ‘farm song’ scritta con Danny O’Keefe e ripresa da Alison Krauss in Forget About It, It Wasn’t Supposed To Be Like This e Daddy’s Oldsmobile sono entrambe composte assieme a Hal Ketchum, più riflessiva la prima, deliziosamente nostalgica la seconda. Way Out West (scritta con Rory Bourke), When The Sun Comes Up (con Richard Ferreira) e That Was The One (con Alan Rhody) sono momenti di gran classe in cui testi intelligenti e melodie azzeccate si accostano creando una proposta che può affascinare sia gli appassionati di country (certamente quello più ‘d’autore’) sia quelli di folk.

L’esperienza a Nashville (nonostante la registrazione di un ulteriore album) è ormai da considerarsi esaurita per David Mallett. Sicuramente positiva e ricca di buoni dischi, la parentesi a Music City inizia a stargli stretta e lo stesso Mallett dichiara: “Nashville cerca di farti suonare in maniera diversa da quello che sei, come se fossi texano o simile. Vivere in questo modo per parecchi anni è stato duro per quanto riguarda la tua autostima, così andare via da Nashville è stato come un risveglio per me. Io provengo dal New England, non dal Texas. La mia famiglia è vissuta lì fin dal seicento, è nel mio sangue. Non so se esiste un ‘New England sound’, ma penso che debba essere come suono io”.

Il ritorno a suonare nei minuscoli club e coffehouses del New England è suggellato da Parallel Lives, secondo live album dopo Hard Light del 1981, disco inciso a Dublin, New Hampshire in un piccolissimo locale, il DelRossi’s. L’atmosfera familiare e intima, un pubblico attento, partecipe e perfettamente ‘sintonizzato’ sulla sua lunghezza d’onda ispira il cantautore del Maine che ci regala uno show molto convincente. La sua chitarra, la sua voce, la sua armonica, la chitarra dell’ormai fedele accompagnatore Steven Sheehan, il basso di Mike Burd e soprattutto le canzoni, nuove oppure di vecchia data sono i semplici ingredienti di questo disco.

David Mallett raramente ha cantato così bene, con una voce appassionata, fiera, talvolta emozionata nel riproporre suoi classici come Garden Song, You Say The Battle Is Over (che in quell’anno, il 1997, ha ricevuto il Classic Song Award dalla Genesis Society, una organizzazione animalista internazionale), My Old Man, Phil Brown, Summer Of My Dreams e Daddy’s Oldsmobile. Poi ci sono nuove composizioni come l’iniziale I Hate To See This Town Go Down (un altro ‘lamento’ sulla mancanza di sensibilità di questi tempi moderni), Closer To Truth, I Picture You, After The Fall, Nothin’ But A Long Goodbye e la splendida Parallel Lives che dà il titolo all’album. Brani che uniscono molto bene argomenti come amore e amicizia a considerazioni ambientaliste.

A proposito di queste ultime, David Mallett ha da sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti di queste tematiche, anche in tempi non sospetti e nel 1999 ha partecipato ad un importante forum organizzato dalla Orion Society al quale hanno partecipato artisti, scrittori, poeti e coloro i quali hanno dedicato le loro attività alla conservazione dell’ambiente.
In quell’anno viene pubblicato un nuovo disco di studio per David Mallett, a distanza di quattro anni dal precedente lavoro; Ambition è inciso ancora a Nashville ma i musicisti coinvolti sono diversi rispetto ai lavori incisi in passato a Music City, più legati alla scena acustica e cantautorale. Byron House al basso, Andrea Zonn al fiddle, Russ Pahl alla chitarra elettrica, quella acustica nelle mani di Steven Sheehan, Richard Ferreira ancora alla chitarra acustica, Steve Conn a fisarmonica e tastiere, Larry Atamaniuk alla batteria, sono i principali protagonisti di queste sessions prodotte dallo stesso Mallett con Rich Adler.

L’unico momento co-scritto (con Richard Ferreira) è Here In This City You Live In, la bella melodia che apre il disco, il resto è tutto da ascrivere al Nostro che attraversa un periodo fertile e ispirato, probabilmente grazie al fatto di essere ritornato a vivere nella nativa Sebec, Maine.
Wild In The Sixties è una delle canzoni più frizzanti del disco con un ritmo trascinante contrappuntato da armonica, 12 corde acustica e una piacevole patina di nostalgia.
Il disco si gioca tutto sul dualismo tra brani più ritmati e ottimisti e ballate accorate e un po’ amare (ma da cui fa spesso capolino la speranza). Tra le prime Greenin’ Up, ode all’arrivo della primavera e al risveglio della natura, The Next Time I Leave Here con il suo ‘western feel’ e Lilacs, ispirata dagli scritti di Walt Whitman, tra quelle più intimiste You Can’t Go Home Again, Whiskey Talkin’, Ambition e Sportin’ Days sono certamente le più poetiche.
David Mallett alterna la sua attività concertistica a quella più legata alla famiglia e il suo ritorno a casa, a Sebec, assieme ad una maturità artistica completa, fa si che la sua musica risulti rilassata, ottimista e ricca di calore.

Per la prima volta David Mallett compone, suona, registra e produce il suo lavoro ‘a casa’ e il risultato è Artist In Me, dodicesimo album della sua discografia. Ascoltare questo disco è come ritrovare un vecchio amico, ricordare assieme le vecchie esperienze e farne di nuove con uno spirito sempre passionale.
Le linee melodiche care a David Mallett, fedeli ad una tradizione country e folk in comune con personaggi del calibro di Gordon Lightfoot e di altri ‘northerners’, sono sempre presenti e i sentimenti protagonisti di queste canzoni sono sempre attuali. Angel Standin’ By, Artist In Me, Strange Life, The Wind Is On The Water, Red Red Rose ispirata dalla poesia dello scozzese Robert Burns, Living On The Edge e So Far, So Good brillano di luce propria e hanno quel feeling ormai marchio di fabbrica di David Mallett.

Un artista la cui musica rappresenta un imprescindibile esempio di canzone d’autore nella migliore tradizione americana. Esplicative in questo senso sono le parole dello stesso David Mallett: “ A me piacciono le canzoni che possono spaziare in un vasto arco di tempo. Molti dei brani di oggi sono come le ultime tendenze in fatto di abbigliamento. Le indossi e vanno bene per un po’ di tempo, adattandosi all’epoca che stiamo vivendo, ma io penso che una buona canzone è quella che potresti cantare per qualcuno di cinquantanni fa o che vivrà tra cinquantanni e al tempo stesso porsi in relazione con qualcuno che vive oggi. Penso che il tempo non esista nella musica”.

Discografia:
David Mallett (Neworld, 1977)
Pennsylvania Sunrise (Neworld, 1979)
Hard Light (Neworld, 1980)
Open Doors & Windows (Flying Fish, 1983)
Vital Signs (Flying Fish, 1986)
For A Lifetime (Fying Fish, 1988)
Inches & Miles (Flying Fish, 1990)
This Town (Vanguard, 1993)
In The Falling Dark (Vanguard, 1995)
Parallel Lives (Rounder, 1997)
Ambition (Rounder, 1999)
Artist In Me (North Road, 2003)

Remo Ricaldone, fonte Country Store n. 73, 2004

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