Fast Folk. La cooperativa dei sogni

(È appena uscito un doppio album intitolato Fast Folk, A Community Of Singers And Songwriters, che racchiude la favola di una comunità di sballati songwriter, ‘disadattati’ li chiama Eric Wood, riuniti da Jack Hardy attorno a un giornale (Fast Folk), un club (Speak, Easy) e una collana di dischi. Da qui hanno mosso i primi passi Suzanne Vega, John Gorka, Richard Shindell, Steve Forbert, Louise Taylor, Lucy Kaplansky, Shawn Colvin e lo stesso Eric Wood.)

I freddo vento di febbraio spazzava Bleecker Street. Credo fosse attorno al 1981, un mercoledì sera. Suonavo allora regolarmente al Folk City, giusto a un caseggiato di distanza. Una settimana prima avevo visto dalla finestra sulla West 3rd Street il mio amico Frank Christian seduto al bar. Una strana e affascinante bionda che non avevo mai visto prima era piazzata davanti al microfono. Il palco aveva una bizzarra quinta, un dipinto di una señorita che ballava. Una allora sconosciuta Suzanne Vega stava cominciando il suo set, con una canzone intitolata Straight Lines. La sua seducente voce musicale, la sua vezzosità e le sue liriche, così ben costruite, mi ricordarono Leonard Cohen. Non potei resistere e mi avvicinai per sentirla ancor più da vicino.
Appeso a un cocktail nella sua interpretazione di Charles Bukowski, Frank borbottava qualcosa a proposito di quanto fosse strano che questa studentessa della Columbia University non riuscisse a tirarsi dietro abbastanza gente dal suo pubblico, quello che frequentava il Post Crypt dell’Università, da riempire il club. Non poteva sapere che sarebbe poi stato lui il chitarrista nella sua touring band (e più tardi anche di Nanci Griffith).
Qualche giorno dopo, Suzanne si avvicinò al palco del Folk City mentre io stavo suonando davanti a una sala quasi vuota e si presentò. Mi ricordo che quando mi disse che il suo nome era Vega io pensai che quello era il nome del peggior modello che la Chevrolet avesse mai fatto…

Straight Lines da allora è diventata una delle mie canzoni preferite. Dopo il mio set mi invitò a suonare una delle canzoni che aveva appena sentito a una riunione di songwriter, il mercoledì successivo in Cornelia Street. Il vento con il quale lottai giù per Bleecker Street quel mercoledì sera era notevolmente più calmo non appena voltai a est giù per Cornelia Street verso il Cornelia Street Cafè. Oggi è un jazz club, ma allora era solo un piccolo coffee shop con tre tavoli e una grande sala adiacente, inutilizzata. Il proprietario ci aveva messo delle sedie pieghevoli e l’aveva reso disponibile per quelle nuove riunioni settimanali di songwriter che più tardi sarebbero divenute note come Cornelia Street Songwriters Exchange.
Fra coloro che si riunivano lì c’erano Suzanne Vega, Rod MacDonald, John Gorka, Shawn Colvin, Lucy Kaplansky, David Massengill, Jack Hardy, Lillie Palmer, Tom Intondi e Christine Lavin. La maggior parte di noi si conobbe lì per la prima volta. Ognuno suonava una canzone. A quei tempi eravamo tutti perfetti sconosciuti e questa riunione fu uno dei semi che più tardi portarono alla nascita del Fast Folk.

Nel frattempo Mike Porco, il proprietario del Folk City, decise di vendere il club, l’unico posto del Village che a quei tempi ospitava i songwriter. In trent’anni di attività aveva accolto le ancora esitanti carriere di chiunque, da Bob Dylan a Suzanne. Mentre Jack Hardy si sbatteva per trovare un altro club per i songwriter del Greenwich Village, la stanza sul retro del Cornelia Street Cafè sembrava esser davvero tutto quel che era rimasto.
Pat Kenny, il proprietario del Kenny’s Castaway, si stava spostando verso il rock, dopo aver fatto suonare gente come Steve Forbert, The Roches, Willie Nile e il sottoscritto. Più a ovest su Bleecker Street, al Cottonwood Cafè, Shawn Colvin cantava senza paura e con il cuore in mano davanti a molesti ubriaconi che non avevano alcuna idea che le canzoni che avevano il privilegio di ascoltare sarebbero state in pochi anni dei numeri uno. Anche Cliff Eberhardt ha affinato il suo incredibile talento davanti a quello stesso pubblico.

Alla fine, il proprietario di un club di danza del ventre fallito raggiunse un accordo con Jack Hardy per mettere in piedi quello che poi sarebbe diventato lo Speak Easy, su MacDougal Street. Lo stesso incestuoso, e in costante aumento, gruppo di songwriter che frequentava il Cornelia Street Cafè trovò lì una nuova casa. La cooperativa (co-op, più tardi The Coop) di musicisti e songwriter si divideva l’incasso e il proprietario teneva tutti i soldi del bar.
Il bassista di Jack Hardy, Mark Dann, cominciò a registrare alcuni di quegli spettacoli e a portare gli artisti nel suo piccolo studio a Brooklyn, realizzando quelli che allora erano ancora LP antologici, distribuiti con il giornale mensile, The Coop, disponibile solo per abbonamento. The Coop divenne poi Fast Folk.
Ogni club al Village aveva allora una propria scena. La scena dello Speak Easy era quella che riscuoteva i minori crediti di successo e fu spesso oggetto di beffe. Man mano che il Fast Folk cresceva, altri proprietari di club, come Alan Pepper e Stanley Snadowsky del Bottom Line, cominciarono però ad interessarsi del fenomeno e a offrirsi di ospitare uno spettacolo annuale. Nel frattempo io ero coinvolto solo marginalmente in tutto questo, perché le mie composizioni esploravano il jazz e i ritmi brasiliani e nell’entourage del Fast Folk c’era chi era del tutto intollerante verso tutto ciò che non fosse puramente acustico e semplicemente folk.

Più tardi queste persone vennero bollate come ‘folk nazi’, un termine che credo Lilli Palmer inventò, nel suo inimitabile stile. Come se non bastasse, suonavo anche con una band alla Knitting Factory, in Houston Street, e c’era un consenso diffuso tra quelli del Fast Folk che chiunque avesse suonato lì non poteva suonare allo Speak Easy, specialmente con una jazz band come quella che avevo allora. Tuttavia, per qualche ragione, fecero un’eccezione per me.
Rod MacDonald e Mark Dann furono quelli che si adoperarono di più per convincere. gli integralisti che io potevo suonare allo Speak Easy e finalmente la tolleranza verso ciò che non era pura folk music crebbe. Un altro songwriter, Richard Meyer, si occupò più tardi di realizzare un’antologia che copriva dieci anni delle registrazioni di Mark Dann e di quelle live al Bottom Line. Oltre a questa, Meyer, assieme a Hardy, ha curato la messa a punto di quella recentemente pubblicata dalla Smithsonian Folkways Recordings, semplicemente intitolata Fast Folk.

Mauro Eufrosini, fonte JAM n. 82, 2002