Johnny Winter

“Penso che la gente si lasci prendere dal blues perchè non è solo musica, ma comunicazione ed espressione di sentimenti. Alcuni pensano si tratti di un gruppo di persone sedute in cerchio che condividono la propria sofferenza, ma non è così. Abbiamo tutti problemi comuni e ti fa sentire meglio ascoltare qualcuno che ha i tuoi stessi guai e ti racconta che cosa gli succede. Tutti possono capire il blues, se solo ci provano».
Muddy Waters : “È come fosse mio figlio”. Blues-rocker bianco ‘che più bianco non si può’, il chitarrista albino arrivò al successo alla fine degli anni ’60 come risposta americana ai vari Clapton, Page, Beck. Scoperto da un giornalista della rivista Rolling Stone in un club del Texas, passò rapidamente dal lavoro relativamente oscuro di session-man a suonare negli stadi e a piazzare dischi in classifica. Poi un periodo costellato di abbandoni improvvisi fino alla seconda metà degli anni settanta e alla collaborazione con il grande Muddy Waters, in qualità di musicista e produttore, sfociata in ben quattro album, vincitori di vari Grammy Award nella categoria del blues. Si riaffaccia nell’ultimo decennio incidendo una serie di dischi per la Alligator tornando ad esibirsi dal vivo in trio con il batterista Bobby Torello e il bassista Jon Paris.

Nel corso della sua carriera ha anche collaborato brevemente con Rick Derringer, ma in generale preferisce essere l’unica chitarra della band, ed ha sicuramente aperto la strada ad un folto gruppo di musicisti texani, fra cui lo stesso Stevie Ray Vaughan, percorrendo in lungo e in largo la variegata strada del blues. Indimenticabili le sue lunghe fughe sullo strumento, le versioni urlate di Johnny B.Goode e Jumpin’ Jack Flash, suoi cavalli di battaglia, l’uso magistrale del bottle-neck; indimenticabile è anche il suo aspetto spettrale, marcato dai fantasmagorici disegni tatuati sul torace incorniciato dai lunghi capelli candidi.
E’ uno spettacolo vederlo sul palco a torso nudo, un paio di ventilatori alle spalle, mentre affonda il plettro nella sua Lazer per riversare sul pubblico la sua rinomata miscela di Texas-blues condito di rock’n’roll. interessante la notizia che il fratello Edgar, tastierista e sassofonista, si esibisce attualmente assieme a Leon Russell: “e con i lunghi capelli bianchi e la barba dello stesso colore sembrano due extraterrestri!…”

Sai che questa intervista è per un mensile interamente dedicato alla chitarra ?
Sì, l’ho vista e mi sembra veramente una bella rivista! Mi piace molto fare questo tipo di interviste, anche se le domande, dopotutto, finiscono per ripetersi…

Circa il concerto di stasera… hai finito la serata con due pezzi tradizionali dal repertorio old-time e country come Wildwood Flower e Under The Double Eagle…
Non posso crederci!… Come puoi ricordarti il nome di quelle due canzoni?

La verità è che ho suonato per diversi anni quel genere di cose.
Pensa che per i rock’n’roll fans sono sempre motivo di confusione. E’ per questo che amo suonare quei pezzi, perchè il pubblico rimane colto di sorpresa e nessuno riesce mai a riconoscerle. A volte vengono a chiedere `Cos’è quella strana cosa che hai fatto alla fine?’, ma è difficile che qualcuno le riconosca.

Le suoni dunque solo per divertirti o anche per mettere un pizzico di musica tradizionale nel repertorio?
Per tutte e due le ragioni. E’ divertente e riesce a sbilanciare il pubblico. Per circa dieci anni della mia vita, prima che riuscissi a sfondare con i dischi, ho lavorato nei club, e in quei posti devi essere capace di suonare musica di ogni genere. Questo mi manca, in qualche modo, perchè una volta raggiunto il successo la gente si aspetta da te una cosa ben precisa che, per quanto mi riguarda, è il blues o il rock-blues, ma per dieci anni ho suonato un po’ di jazz, un po’ di country & western, ogni tipo di musica del sud. Ora mi rimane la nostalgia di tutto questo e così, ogni tanto, cerco di infilare nel repertorio qualche brano di allora.

Tutto questo non combacia con la tradizione chitarristica texana di mettere assieme generi diversi in un unico stile?
Si, questo è certamente nella tradizione texana.

Pensavo a gente come T-Bone Walker o, ancora di più, Gatemouth Brown…
Sei costretto a farlo! Laggiù devi essere capace di suonare di tutto o qualcuno prima o poi ti ammazza! (ridacchia) Vogliono sentire le canzoni che gli piacciono … (imita la voce di uno spettatore ubriaco): “Suona quella canzone! Suona quella fottuta Wildwood Flower”… Capisci? Se lavori in quei club devi adattarti.

In una recente intervista Albert Collins raccontava come verso la fine degli anni sessanta un Johnny Winter giovanissimo si avvicinasse spesso per suonare con lui: te ne ricordi?
Oh, sì. La prima volta che ho incontrato Albert è stato in uno studio di registrazione a Beaumont, Texas: era nella stessa sala dove avevo lavorato molto come session-man e non potevo crederci. Avevo sentito un suo singolo, credo fosse Frosty, e non sapevo neanche che viso avesse… Poi mi chiamano per registrare con qualcuno, forse qualche campagnolo, e mi trovo davanti Albert con la sua band… erano incredibili!

Sei stato influenzato da lui come chitarrista ?
Non più di tanti altri, credo. C’erano dei musicisti così grandi… non facevo altro che comprare dischi. Sicuramente lui mi piaceva molto ma non ho subìto così tangibilmente influenza di un singolo chitarrista. Compravo letteralmente ogni disco di blues che riuscivo a trovare.

E cosa mi dici della slide? Hai uno stile molto fluido, articolato, con il bottle-neck…
Quando ho sentito la prima volta quei suoni non sapevo neanche cosa fossero… credo si trattasse di Muddy Waters, i suoi primi dischi. Non capivo bene, pensavo fosse qualcuno che suonava una steel guitar… Credo di essermi fatto un’idea più precisa dopo aver ascoltato le vecchie incisioni di Robert Johnson, Son House, quando qualcuno mi ha spiegato come tagliassero i colli di bottiglia per usarli sulle corde, ma la prima volta pensavo fosse una steel guitar anche se mi rendevo conto di come Muddy Waters alternasse delle note ‘slide’ ad altre in cui chiaramente le dita della sinistra lavoravano sulla tastiera. Quando ho capito di cosa si trattava ho cominciato ad ascoltare attentamente i dischi e quando apri bene le orecchie puoi riconoscere il suono di una corda a vuoto da una ‘tastata’. Dovevo riuscire a scoprire questa tecnica direttamente dalle incisioni e, quando finalmente ho trovato del materiale scritto, ho saputo qualcosa di più delle accordature necessarie, le ‘open tunings’, e questa è stata la parte più difficile.

Quali accordature usi ora con la slide?
Accordature aperte in MI, LA, SOL o RE, sulla Firebird. Stanotte ho usato solo quella in MI.

Jon (Jon Paris, il bassista di Winter, n.d.r.) mi ha detto che per quel brano ha dovuto cambiare basso perchè per il resto dello spettacolo la tua chitarra è accordata più bassa
Sì, l’altra chitarra è un tono sotto, accordata normalmente…

Per avere più controllo sulle corde, sul bending?
Esattamente. Prima, sulla Firebird, usavo una scalatura di corde che partiva da .009, così, quando ho comprato la Lazer e ho scoperto che montava delle .010, le ho subito abbassate di un tono. Avevo comprato la maledetta solo per le sue dimensioni, perché era comoda per esercitarsi nelle camere d’albergo o dovunque…

E la tua associazione con le Firebird era mitica…
Oh, sì. Molti si incazzano se non la porto sul palco almeno per un pezzo! Sulla Lazer ci sono un humbucker e un single coil che uso sempre in congiunzione… L’avevo veramente presa solo per giocare e poi, un giorno, mentre registravo il primo disco con la Alligator, Guitar Slinger, la collegai all’amplificatore e, amico!, aveva un suono stupendo! Allora c’era un solo pick-up e l’ho usata così su gran parte di quell’ album, poi ho fatto aggiungere l’altro perchè mancava ancora qualcosa per ottenere il suono che cercavo.

Per quanto riguarda gli amplificatori sei affezionato da molto tempo ai Music Man?
Uso i Music Man da quando ho iniziato a suonare con Muddy Waters dieci anni fa e questi erano gli amplificatori del suo chitarrista. Li provai durante la prima session e, poichè erano ancora costruiti da Leo Fender, suonavano in maniera molto simile ai vecchi Fender. Così mi misi in contatto con la casa e me ne diedero alcuni. Quelli che si trovano oggi in commercio non mi sembrano allo stesso livello.

Ne usi sempre tre come stasera?
In genere solo uno ma questa volta ne abbiamo collegati due tenendone un altro di riserva.

Suoni spesso la tua vecchia National?
Oh, sì, anche nell’ultimo disco. Ma non l’ho mai portata sul palco. Non mi sento a mio agio senza potenziometri per il volume davanti a migliaia di persone : è uno strumento così tranquillo! Non ho mai suonato acustico neanche nei club, anche se molta gente mi chiede di fare i pezzi con la National e a volte sono tentato di provarci. Ma se penso ai problemi che mi darebbe…

Eppure non è impossibile amplificare correttamente uno strumento resofonico…
Effettivamente negli Stati Uniti mi è capitato di ascoltare una persona che aveva montato internamente un pick-up e il suono era veramente ottimo. Sempre all’interno aveva un preamplificatore con tanto di alimentazione: aveva esattamente la timbrica National ma, per cambiare la batteria, doveva smontare ogni volta risuonatore, togliendo le corde … pura follia! Tutte quelle viti…

Usi sempre il thumb-pick, il plettro da pollice ?
Sì, ma anche le altre dita della mano destra a volte. Quasi sempre il pollice nei passaggi veloci

Però non sfrutti mai un vero e proprio schema di fingerpicking?
No… non nello stile che può usare uno come Chet Atkins: conosco un paio di quei pezzi ma non li suono negli show… Tra l’altro è proprio questa la ragione per cui ho cominciato ad usare il thumb-pick: l’amore per Chet Atkins e Merle Travis, che riuscivano a suonare contemporaneamente l’accompagnamento con il pollice e la melodia con le altre dita della destra. Quando avevo undici o dodici anni prendevo lezioni da un chitarrista piuttosto esperto nello stile di Atkins e lui usava il thumb-pick, così cominciai a farlo anch’io… E più tardi,  quando tentai di usare un plettro normale, piatto, scoprii che non ero capace! Il bastardo mi rallentava e non sono mai stato capace di adattarmi.

E cosa mi dici del tuo nuovo disco?
Abbiamo finito di lavorarci prima dell’estate a Memphis, in Tennessee, e ne sono molto soddisfatto. Si chiama The Winter Of ’88 e dentro c’è un po’ di tutto… molto blues, quello che chiamano blues-rock… non penso che sia tanto commerciale: è abbastanza ‘bluesy’… Ma poi commerciale devi esserlo in qualche modo per ottenere un contratto con una major (la MCA, n.d.r.)!

Parlaci, invece, della tua esperienza come produttore di Muddy Waters: a spingerti è stato solo il piacere di lavorare con un personaggio che amavi o ti diverte in qualche modo la produzione di altri artisti?
Mi piace produrre ma la mia passione rimane sempre suonare… Con Muddy è stato più che un piacere. Per quanto riguarda la parte musicale bisogna ricordare che negli studi ci sono state talmente tante innovazioni da impormi la presenza di un tecnico capace, visto che io ne capisco veramente poco. Ho bisogno che mi spieghino come ottenere quello che ho in testa e il mio problema base è farmi capire con sufficiente chiarezza … visto che non sono in grado di dire: usa questo o aggiungi un po’ di quest’ altro! Allo stesso tempo, per questo ultimo album ho lavorato con un produttore esterno, Terry Manning, e non è stata una esperienza positiva. La persona è o.k., ha prodotto alcune cose per ZZTop e gli ultimi dischi di George Thorogood, mi piace come lavora, ma rimpiango di avergli dato carta bianca. Ripensandoci un attimo sarebbe stato meglio proporgli di dividere con me la produzione. Terry ha le idee molto chiare su ciò che è attuale ma penso che il risultato sarebbe stato migliore se io fossi entrato più attivamente nella faccenda: solo che lui non è il tipo da accettare lavori al cinquanta per cento, Penso che nel prossimo disco cercherò di mantenere parte del controllo nelle mie mani … ma non credere che The Winter Of ’88 non mi piaccia!

E che cosa è rimasto nella tua musica dell’ esperienza con Muddy Waters?
Mah… niente che non ci fosse già! Lui è stato per me un’influenza così grande… ho passato tutta la vita ad ascoltare i suoi dischi e quando ho avuto finalmente la possibilità di suonare , registrare assieme… Odiavo letteralmente i dischi che aveva realizzato negli anni immediatamente precedenti alla nostra collaborazione mentre amavo le prime incisioni, ed ero sicuro che potevo dargli una mano ad ottenere qualcosa di meglio. Puoi immaginarti come mi sono sentito quando il suo manager ha contattato il mio chiedendomi di suonare con lui e produrlo! Ero convinto di conoscere il tipo di suono che Muddy cercava e non dovevo fare altro che aiutarlo in questo senso, riportarlo a ciò che aveva già realizzato in passato e da cui si era allontanato.

Stefano Tavernese, fonte Chitarre n. 35, 1989