Pat Green picture

Il Texas ha da sempre (quantomeno da quando la musica negli USA ha assunto un valore commercialmente rilevante, cioè dagli anni venti del secolo scorso) rappresentato un’entità musicale a se stante grazie a molteplici fattori. La sua felice posizione geografica che lo ha messo in contatto con il jazz e il cajun della Louisiana, la musica nortena del Messico, il blues del Mississippi e la country music del sud-est, il carattere particolarmente orgoglioso e tosto dei suoi abitanti (immigrati in particolare dal nord e dal centro Europa) e, anche in tempi recenti, quell’atmosfera da nuova frontiera che ne ha caratterizzato la storia, hanno fatto si che diventasse un polo di attrazione musicale ed un fertile terreno per commistioni sonore.
Non fu un caso se negli anni trenta una vera e propria icona della musica americana come Bob Wills diede vita ad un’unione apparentemente bizzarra come country e jazz facendo nascere il western swing oppure negli anni tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta un manipolo di country singers (Waylon Jennings, Willie Nelson, David Allan Coe e altri) stufi del business musicale di Nashville fece nascere il cosiddetto movimento degli Outlaws indicando una nuova via alla musica country riportandola alla genuinità originale.
Ed è altrettanto significativo che alcuni tra i maggiori esponenti della canzone d’autore ispirata alla country music e al folk di questi ultimi trentanni siano texani, da Townes Van Zandt a Guy Clark, da Nanci Griffith a Robert Earl Keen.

Dalla metà degli anni novanta abbiamo assistito a una vera e propria ondata di nuovi musicisti cresciuti con la musica degli artisti citati in precedenza unendo in maniera sagace country, folk e rock’n’roll, con lo spirito orgoglioso, rude ma al tempo stesso romantico tipico del Lone Star State.
Pat Green è forse il musicista che ha meglio rappresentato questo nuovo corso della musica texana che, dopo aver letteralmente spopolato in patria, sta raccogliendo favori anche nel resto degli States. Con sette album all’attivo Pat Green si può considerare un artista maturo e profondamente sensibile che ha saputo crearsi uno stile personale, pur ispirandosi a personaggi come Jerry Jeff Walker, Willie Nelson e Robert Earl Keen. Pat Green è nato e cresciuto a San Antonio, ottavo di nove fratelli; il padre era un attore di musical e il primo contatto con la musica è stato attraverso i classici di quel genere.
My Fair Lady, assieme alla musica classica di autori come Bach e Tchaikovsky, è stato il primissimo amore di Pat. La carriera musicale di Pat Green inizia all’età di diciotto anni quando frequenta il college alla Texas Tech di Lubbock. Durante quegli anni inizia ad esibirsi nei club della città e, più tardi, apre i concerti per altri musicisti che si esibiscono a Lubbock.
Un anno di fondamentale importanza per Pat Green è il 1995 quando grazie all’interessamento di Lloyd Maines, polistrumentista e produttore che ha rappresentato e rappresenta la figura fondamentale dell’attuale scena texana, esce il suo disco di esordio, Dancehall Dreamer.
Un altro grande del panorama texano che si scomoda per esprimere lusinghieri giudizi su Pat Green è Chris Wall, anche lui ospite del disco. L’album è fresco e brillante e sorprende per il già maturo songwriting e per la grinta e la forza interpretativa.

Country e honky-tonk nella migliore tradizione texana con dieci brani del nostro più due cover: la delicata Rain In Lafayette di Walt Wilkins e la trascinante Goin’ Down In Style di Robert Earl Keen, con un curioso finale strumentale ispirato alle brass bands di New Orleans.
Alcuni dei brani del disco sono diventati nel corso di questi anni dei veri cavalli di battaglia nelle esibizioni live, quelle che lo hanno reso grande e che gli hanno permesso di vendere, senza una distribuzione ‘ufficiale’, ben duecentomila copie dei suoi album nel solo Texas.
Southbound 35 con l’armonica introduttiva di Chris Wall (a mio parere uno dei segreti meglio custoditi della musica texana) è tutta orgoglio e forza, Here We Go mette subito le carte in tavola (…I gave up on Nashville a long time ago….) e ci svela le sue intenzioni ponendo la sua musica in antitesi rispetto al business nashvilliano.
Family Man e One For The Road sono delicati quadretti di vita di provincia mentre il suo sempre vivo amore per il nativo Texas sboccia in I Like Texas (…yeah I like Texas/ain’t it fine here/like to pick up my guitar down in Luckenbach/and drink that Shiner Bock beer…) e in West Texas Holiday.
Dancehall Dreamer risulta essere un ottimo biglietto da visita per Pat Green che due anni dopo esce con George’s Bar, il suo secondo disco. Ancora una volta la produzione è nelle mani di Lloyd Maines che stringe una solidissima unione con Pat che dura tuttora. Da citare ancora Chris Wall all’armonica, le armonie vocali di Natalie Maines (non ancora Dixie Chick ma solo una figlia del producer dalla ottima voce) e dell’amico Cory Morrow, la fisarmonica di Bukka Allen e l’esperto Richard Bowden al fiddle.

Come nel primo album ci sono due cover: Songs About Texas di Walt Wilkins, un altro classico nei suoi concerti e la splendida Snowing On Raton di Townes Van Zandt (ripresa più recentemente anche da Robert Earl Keen). Il resto è tutta farina del sacco di Pat Green, e che farina!
La title-track George’s Bar è frizzante con il suo incedere di grande forza, Going Away è leggera e fresca come una brezza estiva. E’ comunque l’album nella sua interezza a colpire, con canzoni che sono spaccati di vita quotidiana e hanno un piacevole tocco autobiografico.
The Ballad Of Arkansas Rudebaugh, la travolgente I-900 Lover, Just Fine, le acustiche John Wayne And Jesus e Adios Days sono solo alcuni tra i momenti più significativi di un disco che conferma appieno le potenzialità di Pat Green.
Abbiamo parlato delle grandi doti espresse nei concerti, grande vitalità e notevole grinta, e subito ne abbiamo una tangibile prova. Il 2 e il 3 aprile 1998 Pat Green incide alcuni brani live al Shadow Canyon Dancehall e alla mitica Gruene Hall (uno dei locali più antichi e gloriosi in Texas) e li assembla formando il suo terzo disco intitolato Here We Go. Non c’è miglior modo per scoprire quanto valga Pat Green sul palco, il luogo in cui sa esprimere tutte le sue molteplici doti.
Qui è accompagnato da una band rodata e molto compatta: Lloyd Maines guida anche dal vivo il gruppo che comprende la sezione ritmica formata da Michael Tarabay al basso e Justin Pollard alla batteria, il pregevole Brendon Anthony al fiddle, Chris Schlotzhauer alla pedal steel e chitarra e Brett Danaher a rafforzare i suoni con la sua chitarra elettrica.

Naturalmente scorrono quelli che sono diventati brani classici del suo repertorio da Southbound 35 a Songs About Texas, da John Wayne And Jesus a I Like Texas. Tre sono le canzoni inedite tra cui spicca una robusta Me And Billy The Kid di Joe Ely; le altre due sono firmate dallo stesso Pat Green, #2, lunga e ricca di break strumentali è nella più tipica tradizione texana, sulla falsariga di alcuni brani di Robert Earl Keen mentre Nightmare, con il suo inizio delicato e acustico è commovente nel ricordare i suoi ispiratori che non sono più tra noi, da Townes Van Zandt a Stevie Ray Vaughan.
A circa un anno da questo Here We Go viene pubblicato un altro live album, Live At Billy Bob’s. Inciso in uno dei locali più celebrati in Texas (il più grande honky-tonk negli States con una arena che contiene seimila persone e che ha visto esibirsi grandi come Garth Brooks, Clint Black, Willie Nelson, Alan Jackson, Travis Tritt, oltre a musicisti rock come gli ZZTop), il disco propone una selezione molto simile al precedente e praticamente la stessa band.
Il risultato è ancora una volta estremamente valido anche se forse un gradino sotto Here We Go, più ruspante ed immediato.
Nel 2000 esce il nuovo album in studio intitolato Carry On. A curare la produzione e l’incisione ci sono tre figure fondamentali nell’ambito della scena texana: Lloyd Maines, Adam Odor e Fred Remmert. Nomi che ricorrono spessissimo in questi anni e che hanno contribuito a creare una vera e propria scuola musicale. Anche in questo caso il lavoro è di grande qualità, i suoni sono perfettamente bilanciati tra acustico ed elettrico e fanno da riuscita cornice alla musicalità di Pat Green.
Oltre alla consueta band appaiono in questo Carry On Glenn Fukunaga al basso, David Grissom alle chitarre elettriche (entrambi già nella band di Joe Ely), Terri Hendrix e Bob Livingston alle armonie vocali e Willie Nelson in una fugace apparizione alla chitarra acustica. Carry On è uno dei più maturi album della discografia del cantautore texano, un disco nel quale appaiono le solite due cover: Ruby’s Two Sad Daughters, delicata ed intensa ballata di Walt Wilkins e la vitale Rusty Old American Dream composta da David Wilcox.

I brani usciti dalla penna di Pat Green sono di grande qualità, svariando da infuocati country’n’roll a ballate gonfie di poesia e di malinconia.
Tra i primi Whiskey, Carry On, Take Me Out To A Dancehall (già ripresa più volte in concerto) e You Gotta Know divertono e trascinano mentre la lunga Crazy, l’autobiografica Galleywinter, la rarefatta Washington Avenue e Holdin’ On, delizioso country/folk, scoprono il lato più intimista di un personaggio più noto per la sua esuberanza.
A dare un tocco in più a questo già eccellente album ci sono When Winter Comes To Town dalle atmosfere swing e old fashioned e Louisiana Song, sorprendente con le sue influenze rhythm’n’jazz tipiche di New Orleans.
La profonda amicizia coltivata con l’ottimo singer/songwriter Cory Morrow sfocia in un particolare disco concepito e realizzato a quattro mani e che esce negli ultimi giorni del 2000. Songs We Wish We’d Written (e qui mai il titolo fu più esplicativo) è un progetto voluto fortemente dai due texani e rappresenta un doveroso atto d’amore verso alcune delle canzoni che hanno amato e che, come loro stesso dicono, avrebbero voluto comporre.
Le cover sono dodici e spaziano attraverso un campo estremamente ampio, sia a livello temporale sia tematico. Si va da Waylon Jennings, con una robusta Are You Sure Hank Done It This Way? a Townes Van Zandt con la poco nota Ain’t Leavin’ Your Love, fino a Johnny Cash qui ripreso con Delia’s Gone e a Merle Haggard con il gustoso honky-tonk Red Bandana. Live Forever di Billy Joe Shaver, Paradise di John Prine, It’s A Great Day To Be Alive di Darrell Scott, Texas On My Mind di Django Walker (figlio del grande Jerry Jeff) e I’d Have To Be Crazy di Steve Fromholz innalzano poi il tasso qualitativo tanto da rendere il disco fresco, godibile e soprattutto estremamente vario.

Intanto la fama di Pat Green continua a crescere senza pause tanto da renderlo una star in Texas, un musicista a sua volta preso come esempio dai giovani artisti che si avvicinano alla country music nel Lone Star State.
Nel corso del 2001 Pat riesce ad ottenere un contratto con una major (la Universal) che gli garantisce gli appoggi giusti per farsi conoscere in tutti gli States grazie ad una promozione capillare (e l’apparizione al Fan Fair del 2002 è significativa) senza tuttavia variare di un millimetro la sua musicalità.
La dimostrazione è in Three Days, l’album uscito nell’ottobre del 2001. Stessi personaggi coinvolti e stessa ruspante vitalità nel proporre la propria visione di country music, pregna di rock e folk a seconda dell’ispirazione.
Alcuni dei brani di Three Days sono ripresi (e ri-registrati) dai dischi precedenti. Carry On, Galleywinter, Whiskey, Crazy, Take Me Out To A Dancehall, Southbound 35 e Texas On My Mind sono riproposti in maniera superba, nello spirito indomito tipico di Pat Green.
In aggiunta vi sono la magnifica Threadbare Gypsy Soul, un toccante duetto tra Pat e Willie Nelson, Three Days composta con Radney Foster, Who’s To Say, Wrong Side Of Town di Trish Murphy e altri due capolavori come We’ve All Got Our Reasons e Count Your Blessings, due perfetti esempi dell’attuale qualità della country music texana.
Una country music che poggia su valori estremamente solidi: integrità e amore verso la tradizione country che però non vuol dire rimanere ancorati ad un’immagine obsoleta ma significa arricchire con contributi personali la musica che amiamo.
E Pat Green incarna perfettamente tutto questo.

Discografia:
Dancehall Dreamer (1995)
George’s Bar (1997)
Here We Go (1998)
Live At Billy Bob’s (1999)
Carry On (2000)
Songs We Wish We’d Written (with Cory Morrow) (2000)
Three Days (2001)

Remo Ricaldone, fonte Country Store n. 66, 2003

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