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Roberto Ciotti è uno dei pochi musicisti italiani che non hanno bisogno di introduzioni o presentazioni — insieme a pochi altri ha infatti proposto e diffuso il blues in Italia. Come chitarrista è stato uno dei primi ad occuparsi di blues cercando di unire, con successo, una tecnica evoluta ad una musica che originariamente non la prevedeva. Del blues Ciotti è anche stato un ottimo esecutore ed interprete spaziando in maniera sempre efficace da Robert Johnson a John Lee Hooker, da Muddy Waters a B.B. King fino a Clapton e Stevie Ray Vaughan.

Oggi, al suo quarto album come solista, Roberto Ciotti sintetizza la sua preparazione blues con un discorso musicale originale e personale spostando la sua proposta verso suoni e costruzioni armoniche più moderne, più orientate verso la forma canzone, ed anche se ad un primo sommario ascolto si può credere che questi pezzi denuncino un abbandono del blues, ci si accorge poi che No More Blue ha un’anima dichiaratamente blues che non nasce più dall’evidenza musicale ma dal feeling, da quel particolare tocco sulle corde della chitarra che non può che essere considerato blues.

Se in Super Gasoline Blues del 1978, Bluesman del 1979 e Rockin’ Blues dell’82 troviamo un Ciotti legato ad una tradizione ed interprete sensibile di questa, in No More Blue c’è la proposta di un musicista che non è più interprete, ma autore, arrangiatore e compositore dei suoi pezzi e questa collezione di nove brani rispecchia con fedeltà il Ciotti di oggi, un musicista che forse prestando il fianco alle critiche dei puristi si è spostato su territori diversi suscettibili di qualsiasi interpretazione, di qualsiasi valutazione.

L’intervista a Roberto Ciotti

Sono passati sei anni dal tuo ultimo disco Rockin’ Blues: in tutto questo periodo cosa è successo?
Allora…dopo il disco, ho suonato per un paio d’anni con Ginger Baker, con lui c’erano vari progetti che poi non si sono concretizzati, dovevamo fare un album ed altre cose ed invece di quella collaborazione la cosa più importante rimane il tour negli Stati Uniti. Poi si è interrotto tutto per una serie di motivi.

Finita questa storia con Baker ho cominciato a lavorare ad un discorso musicale che fosse più personale, più mio e dove mi potessi esprimere come compositore, naturalmente ho continuato a suonare in piccoli club, come il Big Mama di Roma, e contemporaneamente ho provato varie formazioni sempre cercando di realizzare un discorso musicale personale ed infine ho incontrato un produttore che mi ha offerto delle garanzie soprattutto per quanto riguarda la mia libertà di musicista.

Nel frattempo c’erano stati altri contatti con case discografiche e produttori, ma poi ti accorgevi che il prodotto che loro volevano da te non era esattamente quello che tu invece volevi fare ed allora preferivo rinunciare. Voglio dirti che il progetto musicale che ho realizzato adesso avrei potuto farlo anche alcuni anni fa, ma non ho mai trovato il personaggio giusto per un’operazione del genere, prima di incontrare Gianluca Di Furia.

Per me è una storia completamente nuova, ho scritto tutte le canzoni e tutti i testi, è una situazione stimolante a cui ho lavorato per anni facendo un vero e proprio tirocinio e non è un caso che ho già talmente tanto materiale pronto da poter fare un altro album. Certo la matrice è quella americana rock, blues e funky, ma nel disco c’è molto Roberto Ciotti ….insomma è un disco molto personale.

Il titolo del tuo nuovo album è No More Blue e di per sé parla chiaro….
Non ci crederai, ma il titolo del disco, che è poi il titolo di una delle nove canzoni dell’album, è nato del tutto casualmente. No More Blue è una canzone d’amore, l’unica dell’intera scaletta, solo in un secondo momento abbiamo pensato che questo titolo potesse funzionare anche per indicare che c’è uno stacco rispetto alla mia produzione precedente.

Se qualcuno ti dicesse che hai tradito il blues come la prenderesti?
Probabilmente gli risponderei che…. ecco, gli direi che non ha capito Roberto Ciotti, gli direi che oggi c’è bisogno di buona musica e che questa musica deve essere personale, autonoma e potrei anche dirgli che oggi il discorso di riproporre la musica nera degli anni trenta non mi interessa… un momento però… non sto dicendo che è un’esperienza che non serve o non mi è servita: voglio dire che oggi dopo anni di musica blues sento la necessità di comporre, di fare una musica mia ed è chiaro che considero tutto quello che ho fatto come un punto di partenza molto importante. Tornando al tradimento, direi che non ho tradito un bel niente e soprattutto che non c’è niente da tradire, c’è soltanto da suonare, scrivere canzoni e fare queste cose nella maniera migliore con il feeling migliore.

Quanto dei tuoi venti anni di blues sta in questo disco?
Moltissimo, perché il tocco, il feeling parte della filosofia dei testi sono influenzati da una maniera che viene dal blues, però oggi tutto questo viene filtrato da un Roberto Ciotti che non vuole più imitare, ma esprimersi come musicista e compositore, voglio fare della musica come la sento, anche da italiano, sicuramente da sudista. Il senso armonico, il calore, il feeling dei negri americani è ancora qualcosa che mi prende e che sento nella mia musica e che con questo disco non ha fatto altro che evolversi.

Armonicamente questo lavoro per ovvi motivi si distacca dai tuoi album precedenti…
Ma è chiaro, allora facevo degli standard dove magari cambiavo le parole e cercavo di personalizzare quei pezzi un po’ come fanno tutti all’inizio…

Volevo chiederti, prima, se No More Blue è stato composto prevalentemente al piano o alla chitarra, perché la struttura di tutti i brani ha uno sviluppo particolare.
E allora scusa se ti ho interrotto. Comunque i brani sono stati composti sia alla chitarra acustica che al piano, poi ho fatto delle linee di chitarra in studio e sopra ho fatto suonare il pianista e, visto che mi piaceva molto quello che faceva Ernesto Vitolo, gli ho lasciato molti spazi. Certo potevo lasciare solo la chitarra, ma il piano arricchiva i brani in una maniera che sinceramente mi piaceva molto e quindi lo sviluppo del brano risente chiaramente di questa scelta.

In questi ultimi sei anni hai studiato pianoforte o sbaglio?
Si, ho studiato il piano, ma ho anche comprato un otto piste e così a casa posso fare dei provini, degli arrangiamenti. Insomma come già ti dicevo all’inizio ho cercato di iniziare a comporre, anche se in una maniera semplice, le mie sono delle ballad, delle semplici ballad che rientrano nel discorso soul come concetto. Quello che ho fatto in questi anni e che continuo a fare è stare rinchiuso dentro casa a scrivere pezzi, arrangiarli.

Che spazio ha avuto la chitarra nel tuo disco?
Beh, te ne saresti dovuto accorgere… la chitarra è la parte fondamentale perché è quella che crea il ricamo sotto a tutte le melodie ed è lo strumento che dà il sound un po’ a tutto anche se non è certo usata in maniera virtuosistica. Ecco, diciamo che ho abbandonato il discorso virtuosistico perché mi annoiava ed anche perché sinceramente credo che sia un vicolo cieco, mentre un discorso compositivo mi da sicuramente più soddisfazione soprattutto in questo periodo in cui sto già lavorando ad altri pezzi che strutturalmente sono un po’ più complessi di quelli apparsi su No More Blue.

Tornando alla chitarra penso che in questi ultimi anni mi sono in qualche maniera trasformato, non sono più un chitarrista e basta perché c’è tutto il resto del discorso musicale che è importantissimo e di cui mi occupo direttamente, dalle ritmiche alle linee di basso.

Come sono nati gli arrangiamenti? Andavi in sala con le idee già chiare o improvvisavate?
Sono sempre nati da idee ed indicazioni precise che davo ai musicisti, poi il gusto, il tocco erano discorsi che affrontavano loro e questo perché se i musicisti sono bravi come quelli che mi hanno aiutato nel disco allora il calore, il feel, lo stesso colore dei brani nasce da questo apporto insostituibile che può darti il bassista o il tastierista o chiunque suoni con te.

Poi c’è un altro discorso in sala: non è che potevo perdere molto tempo quindi facevo dei provini a casa, li portavo in studio e li ascoltavamo, anche se poi non ho mai voluto fare le cose esattamente come erano nei provini: le idee migliori le ho tenute, ma ho lasciato che i musicisti mi dessero qualcosa anche a livello di interpretazione.
Ad Ernesto Vitolo ad esempio davo una frase e lui, che so… ci metteva un rivolto in più oppure un accento particolare, al bassista davo un giro ed a volte lui mi proponeva di mettere delle note in una certa maniera; insomma se vuoi una percentuale l’ottanta per cento è rimasto quello che portavo io, il rimanente venti è nato dalla collaborazione in studio.

Questa è l’unica maniera per lavorare bene, perché se pretendi dai musicisti che ti aiutano che seguano esattamente le tue direttive, diventano delle macchine e questo ti assicuro che si sente…eccome. In sala vado sempre con le idee molto chiare ed infatti incido sempre una chitarra guida che dà gli accenti fondamentali e tutto poi gira attorno a quella.

Come è stato inciso l’album, in diretta?
Ho fatto le ritmiche in diretta e poi ha savrainciso il resto. In realtà non è stato così semplice perché i musicisti con cui ho suonato li ho proprio voluti, non è stata una scelta casuale e quindi, visto che è tutta gente sempre molto impegnata é stato un po’ un casino mettere sempre d’accordo tutti, quindi normalmente iniziavamo con le ritmiche, ma a volte, se c’era Vitolo — con cui ho già suonato con Bennato — anche lui andava in diretta.

Sono comunque sicuro che malgrado ci siano parti sovraincise lo spirito della diretta rimanga perché c’era molto feeling in sala e poi di sovraincisioni non ce ne sono moltissime e soprattutto non essendo gli arrangiamenti complicati c’è più immediatezza.

Questo album per te può essere un rischio? Voglio dire, tu sei considerato come il chitarrista blues numero uno in Italia, ora ti presenti al pubblico, dopo sei anni di silenzio, con un LP che si allontana dal blues pur denunciandone l’influenza: come credi che la gente che ti ha seguito da anni prenderà questa svolta?
Sono ormai molti anni che non sto più nel discorso del blues italiano e sinceramente non so cosa intendi per blues italiano. Io ho cominciato a suonare blues nel ’66 e nel ’70 avevo già smesso e facevo una musica jazz-rock con Maurizio Giammarco, insieme abbiamo anche fatto un disco.

Dopo mi sono dedicato al blues acustico e per tanto tempo ho suonato solo acustico perché mi affascinava moltissimo il fingerpicking; ho fatto un disco acustico, ho suonato con dei jazzisti, insomma ho sperimentato perché era quello che allora volevo fare. Poi sono tornato all’elettrico, ma dall’82 ad oggi ho lavorato costantemente in una direzione che si è concretizzata con questo No More Blue, volevo un disco che potesse avere un pubblico più vasto e che al limite potesse avere degli spazi promozionali in radio o in televisione. E’ la prima volta che faccio una cosa del genere e mi prende molto… veramente.

Non mi hai risposto… so che è una domanda provocatoria, ma come pensi verrà presa questa svolta di Roberto Ciotti?
Credo che puoi continuare a chiamare blues la mia musica, sinceramente le etichette non mi interessano, oggi io sono questo e questo offro, se piace piace, altrimenti…
Comunque oggi la mia musica è musica mia, se poi piacevo più quando suonavo Mean Ol’ Frisco non mi interessa perché tanto è difficile che dal vivo la risuonerò a meno che una sera, completamente ubriaco, non mi ritorni la voglia.

No More Blue quindi dà un taglio netto con il passato, anche se poi rimane un album con precise influenze blues?
In un certo senso si.. Nessuno mi vieta di suonare un pezzo blues, però essere catalogato nel discorso blues non mi sta bene.

Prima di passare ad una analisi più dettagliata del disco vorrei tornare al discorso sul blues italiano di cui tu sei stato uno dei personaggi più significativi.  Cos’è oggi il blues italiano? Sei stato il primo ad incidere un disco di blues per una etichetta, conosci bene l’ambiente e musicisti, qual é il polso della situazione...
Veramente non ho seguito molto ultimamente, so che c’è gente che ha fatto dei dischi e da quello che ho sentito sono tutti pezzi standard che rischiano a mio avviso di finire in un discorso di antiquariato.

Credi che non ci sia più spazio per il blues?
No, c’è gente a cui piace ed è una musica che comunque funziona ed anche bene… a me non interessa più da parecchi anni…

Si, lo so perfettamente anche perché ti seguo da quando suonavi in piccoli locali, anzi c’è n’era uno a via Garibaldi che era una specie di corridoio e tu in fondo seduto su una sedia suonavi il dobro. Poi recentemente ti ho ascoltato al Big Marna e quindi capisco perfettamente questo tuo spostamento dal blues, però c’è una scena ancora viva…
Viva si, ma settoriale, è successo al blues quello che era successo ai musicisti jazz, si rinchiudono in un guscio ed io oggi più che di generi musicali mi interesso di musicisti, di musica.

Ti chiami fuori dal blues italiano?
Il disco parla chiaramente, anche se ancora posso suonare ad un festival blues. Rifiuto però la ghettizzazione, non mi ispira e non mi interessa, In Inghilterra dal blues revival sono nate cose buone e diverse, qui da noi ancora si affronta il blues in maniera scolastica e questo può essere divertente per una serata, non di più.

Ini questa scelta di allontanarsi, e poi neanche in modo netto, dal blues ci sono anche valutazioni di ordine economico?
A me il blues piace, piace molto e mi diverte, però mi diverte andare in giro col dobro e suonare in piccoli locali. L’ho fatto per anni ed anche nel periodo in cui stavo Con Ginger Baker, quindi non troppo tempo fa, giravo un po’ con Jerry Ricks, un americano di Filadelfia, e mi divertivo.

Pero molti musicisti vivono questa dimensione come una rinuncia ed altri come una scelta, vedi Noel Redding; io, prima di chiudermi in un discorso di nomadismo voglio tentare di fare una musica in parte diversa, ma soprattutto una musica fatta con un gruppo di musicisti veri e supportato da una organizzazione che mi permetta anche di avere gli spazi giusti, gli impianti giusti… in sintesi voglio propormi ad un livello professionale diverso da quello che può offrirti la scena blues almeno qua da noi.

Come definisci la musica di No More Blue?
Preferirei che una definizione la dessero gli altri, comunque è un misto di rock, blues e funky, e naturalmente ci sono delle ballate come già ti dicevo.

Mi vuoi  parlare del disco brano per brano indicandomi gli strumenti che hai usato, il tipo di amplificazione, gli effetti….
Ho usato sempre la Stratocaster bianca per fare gli assoli. E’ una chitarra dell’81 modificata con il Floyd Rose e con i tasti Dunlop Jumbo, ha un suono pulito, cristallino e quando distorci mantiene queste caratteristiche di suono.

Per le parti ritmiche ho usato una Stratocaster Vintage di queste nuove, solo su un pezzo ho usato un suono acustico, e precisamente in Blue Square dove sotto c’è un arpeggio fatto col dobro. Ad un certo punto ho provato ad usare una Martin, ma poi ho preferito che quella parte la facesse il pianti perché sinceramente mi piaceva di più questa soluzione.

Quello che meraviglia di più e caratterizza l’intero album è il suono che hai ottenuto. Vuoi parlarne?
Sul suono ho lavorato parecchio. Anzitutto precedentemente l’ho cercato molto dal vivo in varie situazioni…comunque uso un Fender Twin, il Twin. 2 cioè il penultimo, non l’ultimo, accoppiato con un Marshall, poi c’è un delay digitale, un distorsore Boss ed un wha-wha Vox in pochissime cose e solo sulle ritmiche.

Il primo pezzo, Treat Me Right, ha una ritmica fatta col wha-wha, una cosa strana che ha un carattere percussivo, poi c’è la chitarra solista con un suono un po’ pulito ottenuto con il distorsore innescato, ma con il volume basso della chitarra che offre appunto una sonorità pulita, ma satura allo stesso tempo. In Hot Club invece il volume è più alto ed il sound è più rockeggiante, nel riff iniziale è fatto proprio col distorsore.

Sul terzo pezzo c’è un suono veramente notevole…
Si, su No More Blue c’è un suono che mi piace molto e che uso su questo tipo di brani lenti, è ottenuto dalla chitarra accoppiata ad un distorsore innescato. Diciamo che il distorsore c’è quasi in tutto l’album, non ho ottenuto la distorsione naturale da amplificatore, quella la usavo quando suonavo in trio e cercavo il suono delle valvole che saturavano. Naturalmente uso solo amplificatori a valvole.

Lo switch in che posizione lo hai usato?
Uso lo switch tra i bassi e i medi, uso un suono scuro, c’è gente come Clapton o Robert Cray che preferisce il suono acuto, io invece uso quello tra bassi e medi. Tutte e due le chitarre hanno lo switch a cinque posizioni  ed io uso la seconda in basso e quindi il pick-up centrale e quello dei bassi, quello al manico. Quasi su tutto l’album c’è un lavoro di echi e quindi abbiamo usato in missaggio un ritardo per far rientrare tutto.

Continuiamo con i brani.
Allora, su Rolls Royce c’è la ritmica ed una chitarra distorta con un suono sporco, `scaciato’…. è un pezzo molto blues come tema e c’è un Hammond vero, proprio vero ed è importante perché ho voluto a tutti i costi quel suono, il suono del B2. Prima ti dicevo della posizione dello switch, naturalmente qualche volta lo cambio e credo che proprio in Rolls Royce la levetta era tutta sui bassi, naturalmente per le ritmiche uso di più gli acuti, è sempre una questione di colori che la Fender ti permette di ottenere quindi, certo, a volte cambio, ma in linea di massima il suono è quello che ottengo con la seconda posizione dal basso.

In Sweet Paradise ci sono delle parti suonate con le dita, cosa che non facevo da anni, ma in sala il risultato è buono. Io poi ho suonato molto in fingerpicking, ed ho cercato di fondere vario cose sul suono di una chitarra, spero che il suono non sia monotono, ho dieci chitarre a casa ma alla fine ho usato solo le due Strato; anche su Rolls Royce le risposte alla voce sono fatte con le dita. Provocation invece ha un sound diverso perché invece del Marshall piccolo ho usato quello grosso sempre collegato al Fender Twin, avevo più potenza ed essendo un pezzo tirato, con molti fiati, ho potuto ottenere un suono che mi ha dato più soddisfazione.

Provocation é l’unico brano dove c’è una formazione diversa: come mai?
È un pezzo nuovo rispetto agli altri ed è stato inciso con altri musicisti perché era difficile rintracciare e portare in studio quelli che hanno fatto le session per il resto del lavoro. Non ci sono altri motivi, ed il risultato è notevole. Come sempre c’è Ernesto Vitolo che credo abbia fatto in generale un grande lavoro. Tornando ai brani… Back To The Night… c’è la solita ritmica fatta con la Vintage, c’è un arpeggio fatto col chorus, l’arpeggio del bridge. Su Blue Square c’è il dobro che fa l’arpeggio dopo la seconda strofa e rimane fino alla fine.

E’ accordato normalmente?
Si, ho usato l’accordatura standard per tutte le chitarre, dobro compreso. L’ultimo pezzo è Underground dove mi piace molto la solista quando entra assieme all’Hammond che fa un crescendo, li la chitarra prende una sonorità lancinante.

I soli li avevi già preparati o sono nati in studio?
…I soli si fanno solo in studio, ne fai uno o due e poi ti viene quello giusto, non esiste prepararli prima o a casa.

Prima parlavi di un numero considerevole di brani che hai inciso e che andranno probabilmente in un album successivo, come mai hai tanto materiale?
Perché questo disco è nato, è stato progettato negli anni e mi si sono accumulati vari pezzi, pronti, già incisi ce ne sono tre o quattro.

Che musica ascolti normalmente?
Oggi sono molto più disponibile. Un tempo ascoltavo solo blues ed un certo tipo di blues, odiavo le ‘imitazioni’, ero un purista. Oggi ascolto di tutto anche se non tutto mi piace, qualche giorno fa ho sentito per radio un programma sui Rolling Stones: beh, un tempo non mi piacevano o forse non li apprezzavo, adesso riconosco che sono stati veramente grandi.

E da un punto di vista chitarristico che ascolti?
Ho superato questo tipo di discorso, ascolto musica senza prestare attenzione solo alle chitarre, certo ci sono dei punti fermi come B.B. King o Hendrix che oggi stimo molto di più come autore che come interprete… lui per la chitarra ha fatto veramente tanto.

Cosa ti aspetti da questo tuo disco?
Preferisco non parlarne… per scaramanzia.

Giuseppe Barbieri, fonte Chitarre n. 34, 1989